ci dell’altro col fucile a pompa. Le due donne, invece, si erano
fermate dietro di lui e strillavano.
Il boato del colpo di fucile scosse tutti, me compreso, anche perché fu il mio braccio ad andare in briciole.
Mi guardai lento la spalla. C’era rimasta solo quella e non avevo
sentito niente.
Ormai gli erano addosso, cominciarono a morderlo e lui urlò
di dolore. Il sangue schizzò copioso, io lo guardai. Se fosse solo
morto sarebbe diventato uno di noi. Ma erano in troppi sopra,
non ne sarebbe rimasto molto. Probabilmente niente che avrebbe potuto camminare.
Un secondo colpo di fucile a pompa. La testa dello zombi davanti a me, esplose. Il suo corpo rovinò a terra, ma si muoveva ancora. Così ridotto era cieco, e nessuno di noi l’ avrebbe aiutato.
Il lago di sangue in cui giacevano i resti della preda che avevamo
raggiunto, ci fece perdere l’ultimo barlume di ragione: volevamo anche gli altri.
Se ne resero conto, ci voltarono le spalle e presero a correre. Vomitai mentre li inseguivo, rimasi agganciato a un ferro che fuoriusciva da un pilastro e un pezzo del braccio che mi era rimasto,
ci rimase attaccato. Ma tanto non sentivo niente.
Come avrei voluto sentire qualcosa ... e come avrei voluto ribellarmi al mio istinto. Non potevo.
Non ricordavo chi fossi. L’unica cosa che contava per me era
mordere e contaminare chi era sano. C’era qualcosa in me che
me lo ordinava. Qualcosa che c’è ancora.
Arrivarono in un angolo cieco del parcheggio. Erano in trappola. I grugniti dei miei compagni echeggiarono in segno di vittoria ed anch’ io pregustai avidamente il pasto.
I loro volti pieni di paura ci ingannarono, una delle donne aprì
28