Fame
di Marco alfaroli
Erano loro. Li vidi entrare nel parcheggio sotterraneo semidistrutto, me ne stavo nascosto tra le lamiere contorte e le macerie
del soffitto crollato.
Sbavai appena li vidi, erano in quattro. Grugnii agli altri torcendo la testa, articolavo male i miei movimenti.
Dal buio molti occhi fulgenti mi risposero. Avevamo fame.
Io avevo più fame di tutti, ero il capo e dovevo mangiare per primo. C ‘era carne fresca davanti a noi, carne fresca e sana.
Tutti insieme uscimmo dai nascondigli; spostavamo casse abbandonate in quel disastro, fusti di chissà cosa che chissà per
quale motivo erano lì. Tubazioni pendenti dal soffitto e altre
schifezze che ci intralciavano. Urlando in modo inumano, andammo avanti.
Loro ci videro, vidi le loro facce terrorizzate dare l’allarme; erano
due uomini e due donne, iniziarono a scappare. Uno di loro aveva un’ arma, prese a sparare verso di noi. Fui colpito per primo,
i colpi mi trapassarono ma non sentii nulla, vidi solo schizzare
brandelli della mia carne marcia per terra, di sicuro fuoriusciti
dai fori.
Non potevano uccidermi: ero già morto.
Trascinandomi a fatica avanzai, dovevo raggiungerli. Gli altri mi
affiancavano. Le braccia protese in avanti con le mani ridotte ad
artigli. In cerca di una preda. Di un corpo da smembrare.
Quello col fucile inciampò. Cadde a terra perdendo la sua arma.
Io riuscivo a ragionare sempre meno, imprigionato nella mia
carcassa in decomposizione. Vidi che era a portata di denti e la
frenesia mi prese, accelerai il passo. Il passo pesante di uno zombi.
Ci avventammo sull’ umano caduto al suolo, senza preoccupar27