Emettendo una precisa serie di stringhe avrebbe potuto
rigenerarsi e creare nuove ipotesi geometriche per dar sfogo
alla sua creatività ed ampliare il raggio della sua influenza.
Raggiunta la determinazione, passò dalla contemplazione ai
fatti. Su tutto il pianeta, calò una sinistra immobilità. I venti
smisero di soffiare, i mari furono placati ed il moto ondoso
tacque. Dokoko osservò fra i suoi piedi ciò che restava della
radura, il Bosco, il piccolo villaggio di Malfiore e gli omini
che vi formicolavano terrorizzati, poi le lontane montagne
innevate e, ergendosi in tutta la sua statura, scrutò l’oceano
distante, all’orizzonte. Quella stasi gli ricordava il potere del
Titano Amam, ma di lui nessuna traccia. Poteva riprendere la
sua vendetta. Mentre cercava di raccogliere a sé le forze per
scagliarsi contro le fortezze dei titani dormienti, entusiasta
all’idea di quando si sarebbero risvegliati trovando tutte
le loro opere devastate, avvertì un formicolio sinistro.
Si arrestò e osservò le sue mani titaniche. Il formicolio
divenne ben presto un vago dolore, infine una lancinante
sofferenza. Intorno a lui la terra e l’aria fremevano, percorse
da una vibrazione talmente possente da disgregare ogni
conformazione. Anche il suo corpo era attraversato dalla
nuova frequenza distruttrice e, nel giro di pochi istanti, lui,
il bosco, le montagne, la neve, ogni cosa prese a disgregarsi,
ogni parte si separava dalle altre tornando allo stato di
magmatica polvere di materia vorticante.
Tanto tempo fa, in un luogo che nessun occhio ha mai scrutato
e in un momento che nessun calendario potrebbe aver
segnato, una minuscola particella di materia viaggiava veloce
quasi quanto la luce. Aveva un solo desiderio: avere. Voleva
impossessarsi di qualcosa. Venne ben presto a incontrare
un’altra massa, altrettanto piccola. Esse si congiunsero
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