occhi registravano tutto quello che vedeva, era abituato così.
E i suoi occhi vedevano quasi tutto.
Contrariamente a quanto la comune vulgata raccontava, i
Fuoriusciti non erano dei piccoli, sgraziati e disorganizzati
selvaggi allo stato brado che correvano con gli attributi
scoperti.
Semplicemente quasi nessuno si era preso più la briga di
seguirli da vicino e fare attenzione ai loro comportamenti.
Manuele Terzo dal finestrino percepiva visivamente lampi di
luce provenienti da falò di feste all’imbrunire, dopo giornate
trascorse a caccia di insetti, in borgate costruite su minuscole
alture, gli sembrava di sentire odori e sapori di cucine, di
vedere utilissime architetture forgiate dalla necessità di
saperi dimenticati e ritrovati grazie all’ingegno, all’acume e
ad una irriducibile forza ed anelito a restare in vita.
Anelito primordiale che Manuele Terzo non aveva mai visto
negli smorti e viziati Graziati, mai.
Una lunga e sferzante frenata lo distolse dall’ossessiva
osservazione dei campi, il treno stava rallentando, la sua
destinazione finale era davanti alle carrozze.
Era arrivato, il primo Araldo dei Reincorporati invitato
ufficialmente nella CITTÀ.
Quello che attendeva Manuele Terzo in quella mattinata
con brezza e con un sole caldo e schietto che illuminava
la superficie argentata ed immota del mare, era un
piccolo esercito di una trentina di uomini equipaggiati al
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