siero andò subito a quella voce rauca che sibilava numeri e
calcoli. Come un fulmine un profondo dolore gli stroncò il
fiato e la insostenibile sensazione di spronfondare nel vuoto
si fece sentire dolorosamente. Quel ricordo era stato grossolanamente ributtato all’indietro ogni volta che cercava di
fare capolino nei suoi pensieri come un vecchio scatolone
pieno di tante cose a cui è meglio non pensare, forse perchè
dolorose o soltanto per paura di rispolverarle: la sua maestra di matematica bassa e sorridente con la sua carnagione
giallastra da fumatrice incallita che l’aveva spronato a studiare e ad amare la matematica con il suo metodo severo e
incredibilmente piacevole, morì dopo un bel pezzo da quel
lungo quinquennio, gli aveva insegnato bene le tabelline e
forse altre cose per le quali stava così male quando il suo ricordo invadente riafforava, faceva stranamente più male di
quando gli tornavano alla mente i momenti con suo nonno,
un uomo burbero ma educato, più male di quando da bambino andò ad estirpare un molare malato e piangeva lacrime fredde come brividi che gli passavano brulicanti, scariche elettriche che si protendevano dal mento fin giù ai piedi,
e allora un’ angosciante supposizione si faceva sempre più
concreta e ipotizzabile:
- Sono morto... - affermò.
Con un accennato sollievo cercò qualcosa intorno a sè,
chiamò qualcuno e una giunonica forza eolica lo strattonò
voltandolo completamente. Alle sue spalle era apparsa una
maestosa finestra decorata da minuscoli pezzetti di vetro
colorato come un mosaico indecifrabile, immagini confuse,
tessere messe alla rinfusa, senza un senso apparente, senza
che il tutto creasse qualcosa di almeno immginabile, solo un
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