ammasso di schegge di vetro colorate
- Se sono morto, non posso morire, e se non lo sono...se mi
uccidessi, morirei!
Pensò in quel momento così emozionalmente devastato da
spingerlo ad una decisione tanto critica. Si buttò. Avrebbe
voluto viversi l’attimo in cui fluttuava nell’aria, ma come
fece per lanciarsi nel vuoto si ritrovò ai piedi di un albero,
guardò su, notava il riflesso variopinto dei vetrini, ma era
lontano, tanto. Aveva fatto un volo di trenta metri circa.
Non capiva. Nè la fame nè la sete inquinavano ciò che stava
vivendo, ma il freddo, quello sì che lo aveva avvertito.
Maltrattato da quella turbolenta esplosione di sensazioni e
sentimenti che lo avevano pervaso, si sentiva sfinito, alzò lo
sguardo verso il cielo e notò i rami dell albero storti e secchi
bucare lo scenario in bianco e nero nel quale si era catapultato.
Si guardò intorno, sentiva la presenza di qualcuno e affacciandosi ai lati del troncò vide seduta, con le braccia allacciate intorno alle gambe, una bambina; aveva i capelli scuri
minuziosamente divisi e intrecciati, il viso pallido e due occhioni neri che fissavano il vuoto o qualcosa di invisibile agli
occhi di chi la stesse guardando, il vestito bianco e scarpe
nere gli diedero la consapevolezza della surrealtà di quella
figura e delle sue tinte perfettamente intonate a tutto il resto,
come in una vecchia cartolina. Ferma e taciturna lo guardò e
lui fece lo stesso.
- Ciao! - gli disse accarezzando la testolina microscopica poggiata come un monile su un collo affusolato e sottile, tanto
da dare l impressione che gli pesasse, ma tutt’ altro era il suo
ingombro.
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