riuscita, l’ attività cerebrale di chi parla e quella di chi ascolta iniziano ad accoppiarsi, a muoversi quasi all’ unisono, con un piccolo ritardo temporale che è la firma dell’ ascolto autentico. Quando la comunicazione fallisce, questo accoppiamento neurale scompare. Qualcosa di molto simile accade anche più in basso, nel corpo: diversi studi sulla sincronia fisiologica interpersonale hanno mostrato che, in una conversazione ravvicinata o in un compito svolto insieme, i battiti cardiaci di due persone tendono ad allinearsi, e che questa sincronia è tanto più forte quanto più i due si sentono vicini, coinvolti, sintonizzati sullo stesso momento. Uno degli esperimenti più suggestivi in questo campo è stato condotto durante un antico rituale spagnolo di cammino sul fuoco, nel villaggio di San Pedro Manrique. I ricercatori hanno misurato il battito cardiaco dei partecipanti che camminavano sui carboni ardenti e quello degli spettatori seduti intorno. Il cuore di chi camminava e quello dei suoi familiari e persone care, pur ferme e in apparenza tranquille, iniziava a battere secondo lo stesso ritmo, in un’ onda comune di trepidazione. Con gli spettatori estranei, invece, questa sincronia non compariva. È un dato che dice qualcosa di molto semplice e insieme molto profondo: la risonanza non è automatica, non nasce dalla sola vicinanza fisica. Nasce dal legame. Due cuori si accordano non perché si trovano nello stesso luogo, ma perché tra loro esiste già un filo, una storia condivisa che il corpo, silenziosamente, riconosce e segue. Forse è proprio questo, in fondo, che chiamiamo intendersi: due sistemi nervosi, due storie, due solitudini che per un momento trovano una frequenza comune e smettono, anche solo per un istante, di oscillare ciascuna per conto proprio. Non stupisce, allora, che la solitudine, quando diventa condizione cronica, non sia soltanto un disagio dell’ animo. Uno dei lavori più citati sul tema, la metaanalisi di Julianne Holt-Lunstad e colleghi, pubblicata nel 2010 su PLoS Medicine e fondata su 148 studi e oltre 300.000 persone, ha mostrato che avere relazioni sociali solide si associa a una probabilità di sopravvivenza superiore del 50 % rispetto a chi ne è privo, un effetto paragonabile, per grandezza, a quello di smettere di fumare. Non è una metafora poetica, per quanto suoni come tale: è un dato epidemiologico. Le relazioni non sono un ornamento della salute, un accessorio gradevole ma non necessario. Ne sono una parte costitutiva, tanto quanto un organo. Possiamo tornare, allora, ai sistemi complessi di cui parla la fisica: quei sistemi che non si comprendono studiando le singole parti separatamente, ma che mostrano proprietà nuove, proprietà che nessuna delle parti possiede da sola, solo quando gli elementi entrano in relazione tra loro. Anche l’ essere umano, in fondo, funziona così. Possiamo studiare separatamente il cuore, il cervello, i polmoni, e capire molto. Ma la salute autentica, quella vera, sembra emergere solo quando ogni parte entra in dialogo con le altre, e forse la stessa legge vale per noi come persone: qualcosa nasce, nell’ incontro con un altro essere umano, che da soli non potremmo mai generare, per quanto perfetti fossimo presi singolarmente. Il laboratorio del lettore
- 35-