RIVISTA CULTURA OLTRE - SETTEMBRE 2026 - N.9 RIVISTA CULTURA OLTRE - SETTEMBRE 2026 - N.9 | Page 34

La definizione dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità, che ci accompagna fin dal primo articolo di questa rubrica come una bussola, parla di benessere fisico, mentale e sociale. Dei primi due abbiamo già raccontato molto, come si racconta un paesaggio attraversato a piedi, un passo alla volta. Resta il terzo pilastro, quello forse più sottovalutato, eppure non meno determinante degli altri due, forse persino il più delicato, perché non abita dentro di noi ma nello spazio che ci separa e ci unisce agli altri.“ Sociale”, in questo senso, non significa soltanto avere amici, una famiglia, un legame di coppia o un lavoro che dia soddisfazione. Significa qualcosa di più vasto: il senso di appartenere a una comunità, la qualità silenziosa delle relazioni che coltiviamo, il sentirsi accolti in un luogo, il contributo che offriamo agli altri, la fiducia che scambiamo come un dono reciproco, e persino il legame con la terra, con l’ aria, con il paesaggio che abitiamo.
La scienza, negli ultimi decenni, ha confermato con il rigore dei suoi strumenti ciò che filosofi e poeti avevano intuito da sempre, quasi per istinto: l’ essere umano non è stato progettato per vivere isolato. Il nostro cervello, dal punto di vista evolutivo, non si è sviluppato nonostante la relazione, ma dentro di essa, come un ramo che cresce nella direzione della luce. Negli anni Novanta, il neurofisiologo Giacomo Rizzolatti e il suo gruppo di ricerca a Parma scoprirono, quasi per caso, un tipo particolare di neuroni che si attivavano non solo quando un macaco compiva un gesto, ma anche quando osservava lo stesso gesto compiuto da un altro. Li chiamarono neuroni specchio. È una delle scoperte più affascinanti delle neuroscienze recenti, perché rivela che il nostro cervello non si limita a guardare l’ altro da lontano: in qualche misura lo accoglie dentro di sé, lo rispecchia, lo diventa per un istante. Vedere qualcuno soffrire attiva, in parte, gli stessi circuiti che si attiverebbero se la sofferenza fosse nostra. È forse una delle radici biologiche più profonde dell’ empatia.
A questo dialogo invisibile si affianca l’ ossitocina, un ormone e neuromodulatore coinvolto nei legami di attaccamento fin dalle prime ore di vita, nel rapporto tra madre e figlio, nella costruzione lenta della fiducia. La ricerca su questa molecola è più sfumata e meno lineare di quanto spesso si racconti( non è semplicemente“ l’ ormone dell’ amore”, e i suoi effetti dipendono molto dal contesto in cui agisce), ma resta comunque un tassello di un sistema biologico che sembra predisporci, fin nella chimica più intima, al legame piuttosto che alla solitudine. C’ è un’ immagine, cara alla fisica, che forse aiuta a capire tutto questo in modo più profondo, ed è quella della risonanza. In natura esistono sistemi oscillanti, un pendolo, una corda vibrante, un cuore che batte, che se lasciati liberi seguono il proprio ritmo autonomo. Ma quando due o più oscillatori entrano in relazione, può accadere qualcosa di sorprendente: iniziano a sincronizzarsi, a muoversi sulla stessa frequenza, come due metronomi posti sullo stesso piano che, dopo qualche minuto di apparente disordine, finiscono per battere all’ unisono. È un fenomeno fisico ben conosciuto, e forse non è soltanto una metafora quando lo applichiamo agli esseri umani. Il neuroscienziato Uri Hasson e il suo gruppo, all’ Università di Princeton, hanno mostrato con la risonanza magnetica funzionale che, durante una conversazione
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