RIVISTA CULTURA OLTRE - SETTEMBRE 2026 - N.9 RIVISTA CULTURA OLTRE - SETTEMBRE 2026 - N.9 | Page 10

una democrazia dovrebbe poter discutere. La storia della parole è ancora più rivelatrice. La parola woke nata come espressione di attenta consapevolezza, soprattutto nel contesto della lotta contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti, è progressivamente diventata una delle parole più efficaci della polemica culturale contemporanea. Oggi può indicare, a seconda di chi la usa, la sensibilità verso le minoranze, l’ attivismo progressista, il politicamente corretto o la cancel culture e una presunta forma di moralismo ideologico. Woke non obbliga a discutere separatamente di diritti civili, discriminazione e rapporto tra uguaglianza e merito: li raccoglie tutti in un’ unica figura usata per differenziarsi con troppa semplicità o, come avviene di recente, con studiata ambiguità. Dall’ altra parte accade qualcosa di speculare quando termini come fascista, comunista o negazionista vengono impiegati come marchi generalizzati per chiudere una discussione anziché per descrivere con precisione, anche storica, una posizione. Non è una questione di destra o di sinistra: è una questione di potere semantico. Quando definisco l’ altro prima ancora di ascoltarlo, non sto semplicemente descrivendolo, sto dicendo agli altri come dovrà leggerlo o ascoltarlo. La persuasione, in questo modo, non comincia necessariamente quando qualcuno pronuncia un argomento ma comincia prima già nella scelta delle parole con cui quell’ argomento verrà presentato. E’ così che un migrante può diventare clandestino, invasore o rifugiato e lo stesso fenomeno può essere presentato come emergenza, crisi, opportunità, invasione, problema di sicurezza o questione umanitaria. Le parole non cambiano necessariamente i fatti: cambiano la prospettiva dalla quale i fatti vengono guardati. Ed è qui che la riflessione di Orwell sul linguaggio torna a essere preziosa. Il controllo più efficace non consiste sempre nel proibire una parola: può consistere nel renderne naturale un’ altra. La politica è anche questo, una battaglia per decidere quale nome dare alle cose perché dare un nome significa collocare, e collocare significa già interpretare. Noam Chomsky, insieme a Edward S. Herman, ha descritto in Manufacturing Consent una società nella quale il consenso può essere costruito attraverso i meccanismi dell’ informazione senza che sia necessario ricorrere a una censura esplicita. È un passaggio essenziale: il potere moderno non deve necessariamente impedirci di ascoltare una determinata voce ma può semplicemente fare in modo che quella voce venga sommersa da altre. Può selezionare ciò che merita attenzione, stabilire quali controversie siano centrali e quali marginali, ripetere alcune immagini fino a renderle familiari e relegarne altre ai margini. Non significa che esista necessariamente un unico centro occulto che decide tutto e probabilmente la realtà è più inquietante proprio perché più impersonale: esistono interessi, incentivi e convenienze che possono convergere senza bisogno di un grande regista. Il politico ha bisogno di consenso, il giornale di lettori, la televisione di ascolti, la piattaforma digitale di permanenza e interazioni, il comunicatore di visibilità e pure infine l’ utente di conferme. E così una determinata narrazione può diventare dominante non perché qualcuno l’ abbia necessariamente progettata in ogni dettaglio, ma perché il sistema premia ciò che cattura attenzione. In questo quadro entra l’ altra espressione distrazione di massa: una formula potentissima perché contiene la seguente domanda:“ che cosa viene lasciato fuori dall’ inquadratura mentre tutti guardano altrove?”. È una
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