RIVISTA CULTURA OLTRE - SETTEMBRE 2026 - N.9 RIVISTA CULTURA OLTRE - SETTEMBRE 2026 - N.9 | Seite 9

BORDER-LINE: LA POLITICA DELLE PAROLE A CURA DI CIPRIANO GENTILINO
C’ è molto di psico-sociologico nel modo in cui si scelgono le parole. In politica, per esempio, lo si fa sia perché possono convincere, sedurre, insultare o mobilitare e perché, prima ancora, stabiliscono dove e come guardare. Disegnano, per così dire, il perimetro del discorso, decidono ciò che appare importante, suggeriscono ciò che è sospetto, ciò che è rispettabile, ciò che è scandaloso, ciò che è vero e ciò che, invece, dovrebbe essere immediatamente respinto. Per questo il crescente ricorso, nel linguaggio politico, a espressioni come, fake, woke o distrazione di massa non è un fenomeno puramente lessicale, ma il sintomo di una trasformazione più profonda della prassi politica. Ci indica che la lotta per il potere passa sempre più attraverso la lotta per definire la realtà. Non è una novità assoluta, ma oggi assume dimensioni nuove. George Orwell lo aveva intuito con straordinaria lucidità. Il potere, nel suo universo distopico, non si limita a controllare i comportamenti ma cerca anche di intervenire sulle parole perché intervenire sulle parole significa intervenire sulle possibilità del pensiero. La questione, nel nostro tempo, non è naturalmente quella di una perfetta replica di 1984. La lezione orwelliana è infatti più sottile e ci dice che quando qualcuno riesce a imporre il vocabolario attraverso il quale un problema viene percepito, ha già conquistato una parte della discussione. Ed è precisamente ciò che accade quando le parole cessano di essere strumenti di analisi e diventano etichette di appartenenza. Fake, per esempio, è una parola breve, quasi banalmente aggettiva il falso. Ma nel linguaggio politico contemporaneo è diventata molto più di una qualificazione di fatto perché sempre più spesso diviene un verdetto. Una notizia è fake, una ricerca è ideologica, un’ immagine è manipolata. Tutto, in teoria, può essere vero o falso. Ma il problema comincia quando l’ etichetta precede la verifica. Per dimostrare che un’ affermazione è falsa occorrono dati e confronti e dire è fake, invece, richiede soltanto una parola. È una scorciatoia formidabile, e ogni scorciatoia, quando viene utilizzata sistematicamente, modifica il contesto. La discussione politica rischia così di trasformarsi da confronto fra argomenti in confronto fra sistemi di credibilità. È che non ci chiediamo più soltanto se è vero ma hi lo dice, da che parte sta, quale gruppo rappresenta. La verità finisce per diventare, pericolosamente, una questione di appartenenza: se lo dice il mio campo tendo a crederci, se lo dice l’ altro campo cerco immediatamente la manipolazione. È la fine del terreno comune sul quale
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