RIVISTA CULTURA OLTRE NOVEMBRE 2025 - NUMERO 11 | Page 22

dimenticato questa continuità e ne paga il prezzo con l’ alienazione. Recuperarla non significa rifiutare la scienza o la modernità, ma restituire profondità all’ esperienza, riconoscendo che ciò che non si misura può essere più reale di ciò che si conta. La spiritualità autentica non è evasione né consolazione, ma responsabilità. Non salva dal mondo, ma invita a prendersene cura. Non separa, unisce. È la capacità di guardare l’ altro senza possederlo, di sentire che ogni cosa ha un peso che non si compra. È anche un atto politico, nel senso più alto del termine: opporsi alla riduzione dell’ uomo a consumatore, restituirgli il diritto di essere persona. In questo senso, la vera opposizione al materialismo non è l’ ascetismo, ma la misura. Non il rifiuto della materia, ma il suo riconoscimento come luogo di senso. Bisogna imparare a“ possedere senza appartenere”, ad avere senza lasciarsi definire da ciò che si ha. È un’ arte che richiede silenzio e coraggio, un modo di vivere che scende sotto la superficie, che interroga il desiderio invece di inseguirlo. Forse la modernità non ha bisogno di un nuovo credo, ma di una nuova consapevolezza. Sapere che il mistero non è una minaccia alla ragione, ma il suo confine più umano. Accettare che l’ invisibile non è un difetto del mondo, ma la sua profondità. In questo spazio può rinascere la spiritualità, non come religione imposta né come terapia individuale, ma come linguaggio condiviso dell’ essere. In fondo, spiritualità e materialismo sono due nomi di un’ unica nostalgia: quella di un equilibrio perduto. Uno riguarda il corpo, l’ altro l’ anima, ma entrambi abitano la stessa domanda di senso. Un equilibrio è necessario pertanto tra linguaggio materialista e quel linguaggio dello spirito che anche la poesia, pur tra mille contraddizioni, può continuare a custodire. Nelle sue parole, l’ invisibile trova voce senza bisogno di essere spiegato. La poesia non argomenta, rivela. È il luogo dove la materia si fa suono e lo spirito prende forma, dove la vita interiore si traduce in respiro condiviso. In un mondo che tende a ridurre tutto a funzione e utilità, la parola poetica resta un atto di resistenza e di libertà. Attraverso la poesia possiamo ancora misurare la distanza fra il dire e il sentire, fra l’ essere e l’ apparire. Alcuni poeti, più di altri, hanno saputo tenere aperto questo varco, trasformando il conflitto tra spiritualità e la materia in una lingua che abita entrambi o che almeno tiene conto di entrambi. Lo ha fatto, per esempio, recentemente il poeta Guglielmo Aprile con la sua silloge Beatitudini( FARA editore). Un bel libro che ho letto e che vi propongo perché Beatitudini è proprio una raccolta poetica che celebra l’ estasi del mondo naturale, l’ incontro tra io e cosmo, tra la materia e il divino. Diviso in sezioni, il libro attraversa paesaggi d’ acqua e di cielo, boschi e rive, esperienze interiori e meditazioni metafisiche, con un linguaggio che coniuga lirismo e visione.
Il tema centrale è quello della beatitudine panica, intesa come armonia tra uomo e universo, tra microcosmo e macrocosmo. Il poeta osserva e si dissolve: l’ individuo si fonde con il respiro del mondo, in una catarsi che coinvolge elementi naturali( lago, mare, vento, luce) e spirituali( ricordi dell’ Eden, echi del buddhismo e dell’ induismo, visioni di un Dio diffuso, immanente). Il tono è sospeso, rarefatto, con una musicalità curata e una visione che attraversa la teologia, la cosmologia, l’ animismo e la mistica naturale.
La poesia diventa luogo sacro, esperienza di unità, meditazione contemplativa. La raccolta si fonda sull’ idea che ogni cosa partecipi a un disegno unico, misterioso e sacro. L’ uomo non è centro del cosmo, ma parte – come il pesce, il vento,- 22-