RIVISTA CULTURA OLTRE LUGLIO 2026 - N.7 | Page 40

a diventare circa 28 milioni verso la fine di questo secolo, e questo causerebbe inevitabilmente l’ estremo acuirsi di quelle difficoltà cui accennavo prima. Qualcuno, a questo proposito, propone di incentivare la natalità dei cosiddetti“ autoctoni”: sarebbero sicuramente auspicabili misure di sostegno alla procreazione e alla crescita di nuovi nati( e comunque non se ne vedono all’ orizzonte), ma perché questo porti a un’ inversione di tendenza e a dare i primi risultati ci vorrebbero almeno 20 o 30 anni, e nel frattempo? Seconda considerazione: la cosiddetta“ italianità” è chiaramente il risultato di millenni di migrazioni, di invasioni o semplicemente di rapporti culturali o commerciali con le popolazioni a noi contigue: pensiamo ai greci, ai cartaginesi, ai cosiddetti“ popoli del mare” che sono sbarcati spesso sulle nostre coste, ai vari abitanti delle regioni dell’ impero romano, poi ai longobardi, ai normanni, ai turchi, poi ai francesi e agli spagnoli. Da studi effettuati, c’ è nella penisola italiana lo stesso grado di variabilità genetica che è presente nell’ intera Europa: in parole povere, tra un siciliano e un friulano, tra un pugliese e un piemontese, ci può essere una diversità genetica paragonabile a quella esistente tra un greco e uno scandinavo, o tra uno spagnolo e un estone. D’ altra parte, come sa chiunque abbia un minimo di conoscenze biologiche, è proprio questo“ melting pot” che ha portato all’ arricchimento genetico, e di conseguenza anche culturale, del popolo italiano: è probabilmente una delle ragioni che hanno portato all’ affermarsi del cosiddetto“ genio italico”, conosciuto e invidiato in tutto il mondo. A mio modesto parere, gli immigrati non sono quindi un pericolo da contrastare e combattere( come vorrebbe certa propaganda ipocrita e tendenziosa) ma un’ opportunità di crescita e di sviluppo, in tutti i campi( economico, culturale, sociale). Ovviamente le Istituzioni dovrebbero, da un lato, favorire e gestire un afflusso almeno sufficiente ad affrontare le emergenze da me illustrate, dall’ altro, e qui mi riallaccio all’ editoriale sopra citato, hanno il dovere di garantire dignitose condizioni di vita e di lavoro a persone che vengono da noi chiedendo semplicemente di avere un’ opportunità per un’ esistenza che nei loro luoghi di provenienza evidentemente è loro preclusa( e qui accenno soltanto al diritto di asilo e alla complicità che noi paesi del cosiddetto mondo industrializzato abbiamo nei conflitti che infestano tante regioni della Terra, perché il discorso diventerebbe ancora più ampio e complesso).
Roberto Mello
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