RIVISTA CULTURA OLTRE APRILE 2026 - N.4 RIVISTA CULTURA OLTRE APRILE 2026 - N.4 | Page 62

e che la gerarchia ecclesiastica usasse i sacramenti solo per arricchirsi. Ma forse è da questa osservazione fatta dal mugnaio Menocchio che tutto incominciò: egli un giorno vide che da un pezzo di formaggio stantio prendevano vita dei vermi, cosicché cominciò a pensare che anche l’ uomo poteva essere scaturito da materia, dal cosmo. Per la Chiesa naturalmente idee inconcepibili, assolutamente non tollerabili.
Per cercare di salvarlo dalle“ grinfie” degli inquisitori, i cittadini di Montereale Valcellina, che tutto sommato gli volevano bene, negarono che il mugnaio avesse fatto propaganda nei loro confronti ed anzi, con lo scopo di aiutarlo, testimoniarono che era di indole un poco matto ma che in fondo si trattava di un brav’ uomo. Tutto ciò però non bastò, gli inquisitori della chiesa di Aquileia e Concordia Sagittaria rimasero fermi nel proposito di processarlo. A nulla valsero le suppliche di Menocchio di esser lasciato in pace, di poter continuare a mantenere dignitosamente la propria famiglia, che era numerosa e bisognevole del suo reddito. Era stato consigliato anche da un suo amico sacerdote della vicina Polcenigo di trattenersi durante il processo, di non indispettire il collegio giudicante. Ma i giudici di Aquileia e Concordia non cedettero. Menocchio, inizialmente prudente, finì per cedere alla propria indole intellettuale, dichiarando di avere un“ cervello sottile” e di voler indagare“ le cose alte”, rifiutando l’ idea che la conoscenza fosse un privilegio dei ricchi.
Un invito a nozze per gli inquisitori, investiti del compito di stroncare le intollerabili libertà di pensiero. Non potevano ammettere e sopportare che un semplice mugnaio osasse addirittura proferire tali parole. Scrive in modo chiaro Carlo Ginzburg che agli occhi di Menocchio:“ L’ incarnazione principale dell’ oppressione era la gerarchia ecclesiastica“. Del resto in quel periodo di fine‘ 500 preti e vescovi erano proprietari terrieri, con famiglie contadine dipendenti nei loro possedimenti. Finì col parlare tanto durante il processo, a suo danno, perché gli interroganti si resero ben conto che non si trattava di un incolto contadino ma di persona sopra della norma, istruita per quei tempi. Già degli artigiani della vicina Porcia nell’ anno 1557 erano stati condannati e incarcerati dal Sant’ Uffizio per le loro idee, ma Menocchio negò di esser stato con loro in contatto, dichiarando perentoriamente che le“ opinioni ch’ io ho havuto le ho cavate dal mio cervello”. Interessante l’ osservazione che fa Carlo Ginzburg circa le letture fatte da Menocchio, una delle quali le“ Cento novelle” del Boccaccio: egli poi“ triturava e rielaborava le sue letture al di fuori di ogni modello prestabilito”. Nonostante, sia pure fuori del suo paese, si confessasse, si comunicasse e avesse regolarmente battezzato i suoi figli, alla fine del processo fu condannato dal Sant’ Uffizio a restare in carcere per tutta la vita, con le spese a carico della famiglia. In realtà rimase in carcere solo per due – pur lunghi – anni dato che poi venne accolta la supplica di liberazione formulata dal figlio e dalla moglie, anche considerando che Menocchio, causa le dure condizioni della prigionia, s’ era ammalato. Assunte le dovute informazioni sul comportamento del carcerato e venuti a conoscenza del suo buon comportamento il vescovo e l’ inquirente accolsero l’ istanza e, con atto di
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