Management bilistico, decisioni che hanno contribuito ad alimentare quella che oggi appare come una delle crisi strutturali più profonde attraversate dall’ industria europea dal dopoguerra. È infatti ormai chiaro a tutti che quella che stiamo vivendo non è una delle tante crisi congiunturali che hanno caratterizzato il settore, ma una trasformazione destinata a coinvolgere e sconvolgere l’ intero sistema industriale europeo. Le sue origini risiedono sia in una visione politica inadeguata, sia nella rapidissima accelerazione tecnologica, della quale l’ intelligenza artificiale rappresenta soltanto uno degli aspetti più evidenti. Il cambiamento riguarda infatti qualcosa di molto più profondo: il rapporto tra lavoro, capitale, tecnologia, mercato e potere geopolitico. In altre parole, è cambiato il paradigma stesso della competizione industriale. Oggi la competizione globale non si gioca più soltanto sul costo, sulla qualità o sull’ innovazione, ma sulla capacità degli Stati di difendere e rafforzare il proprio sistema industriale. Purtroppo, l’ Unione Europea ha affrontato questo cambiamento con un’ impostazione che, nei fatti ma soprattutto nelle conseguenze, si è rivelata profondamente antindustriale. Non solo ha ostacolato numerosi processi di innovazione, ma ha cercato di preservare un modello economico ormai inadatto, senza accorgersi che gli equilibri geopolitici stavano mutando rapidamente e non certo nella direzione auspicata da Bruxelles. La politica dell’ Unione sembra infatti essersi trasformata in un sistema autoreferenziale che tende a difendere le proprie decisioni anche di fronte ai più evidenti fallimenti, anziché correggerle. Il settore automobilistico rappresenta oggi la dimostrazione più evidente e drammatica delle conseguenze che questo atteggiamento ha prodotto.
GUARDARE DENTRO LA CRISI
Per comprendere quali scelte sarà necessario compiere nei prossimi anni, non basta osservare gli effetti più evidenti della crisi. Occorre analizzare le cause e le conseguenze che produrrà nel medio e lungo periodo. Molte delle analisi che vengono oggi proposte si limitano a descrivere gli accadimenti del momento o l’ andamento del mercato. Molto più raro è invece il tentativo di comprendere quali conseguenze industriali e strategiche produrranno le decisioni che stiamo prendendo oggi. Ed è proprio su questo terreno che, a mio avviso, si giocherà il futuro dell’ industria europea. In questo quadro diventa quindi indispensabile capire quali siano le reali possibilità di recupero della Germania, ancora oggi principale motore industriale europeo, e quali impatti produrranno le sue scelte sulla filiera italiana della componentistica, da sempre strettamente integrata con quella dei costruttori tedeschi. Nel“ Caso D” del 2023 avevo tentato di descrivere le ragioni secondo cui la Germania per diversi anni, forse qualche decennio, non avrebbe più riconquistato la competitività dei primi anni del XXI secolo. Ora a distanza di tre anni il quadro è molto più chiaro e spiega con maggiori peculiarità il costo di errori di valutazione compiuti da una classe dirigente sorda ai cambiamenti geopolitici in atto. Non solo la restrizione energetica indotta da scelte politiche prive di senso impedirà alla Germania di crescere ma è anche e soprattutto la struttura stessa del suo modello economico e sociale che oggi fatica ad adattarsi alle nuove forme della competizione globale. La Germania non è più il perno dell’ Europa, è solo diventata uno dei principali vincoli della sua ricostruzione industriale. Le ricadute sull’ I- talia saranno molto accentuate essendo soprattutto il nord del paese integratosi fortemente con l’ economia tedesca sebbene siano molto apprezzabili gli sforzi fatti dagli imprenditori italiani di diversificare mercati e produzioni tanto che la bilancia commerciale del nostro paese ha raggiunto pur nel difficile contesto, risultati decisamente lusinghieri. Ma non basterà a riequilibrare la crisi strutturale che l’ Europa dovrà affrontare nei prossimi anni: servono idee ed energie nuove dotate di pragmatismo e velocità di esecuzione. Il problema maggiore che l’ Italia deve risolvere attraverso riforme strutturali, forme mentis imprenditoriali e soprattutto investimenti adeguati, è quello della scarsa produttività del paese che condiziona fortemente crescita e salari. C’ è infatti un nesso molto forte e mai citato dai media tra produt-
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