PARTS Giugno 2026 | 页面 77

Management per lo più con fallimenti ormai difficili da negare. Siamo stati scavalcati in tutto o quasi dal nostro alleato americano ma anche, e ciò è la parte più preoccupante, dalla Cina che con il suo istinto predatorio non potendo sfidare direttamente gli Stati Uniti ha preso di mira la vittima più indifesa disponibile, l’ Unione europea. Solo all’ inizio del secolo l’ Unione europea rappresentava il 25 % del PIL mondiale, una quota paragonabile a quella degli USA che hanno solidamente mantenuto la loro posizione mentre oggi l’ Unione( con UK) è scivolata al 19 % e Pechino ha progressivamente occupato lo spazio libero( Grafico 1). Ma si badi bene: l’ Europa non ha consumato meno merci, ha semplicemente delocalizzato le produzioni tanto che il passivo commerciale nei confronti della Cina ha raggiunto la iperbolica cifra di 350 miliardi di dollari proprio mentre Washington è intervenuta da tempo ad arginare il problema( Grafico 2). L’ impatto sul comparto manifatturiero è stato perciò devastante: dal 18 / 19 % del PIL europeo si è progressivamente ridotto al 14 %.
Grafico 1
Grafico 2
Le sonnolente reazioni europee
Al di là del Rapporto Draghi tanto citato ed elogiato quanto mai applicato, Bruxelles dà solo marginali segnali di reazione. In piena instabilità dei mercati dovuta al succedersi degli eventi in un riassestamento degli equilibri mondiali e al predominio delle materie prime, Bruxelles ha più che altro elargito raccomandazioni di consumare meno idrocarburi puntando sulle energie rinnovabili dimenticando tuttavia che l’ energia elettrica rappresenta solamente il 23 % dei consumi energetici del vecchio continente. In un contesto di transizione epocale decisamente difficile, francamente ci si sarebbe aspettati qualcosa di più intelligente. In campo industriale invece l’ Unione si è mossa principalmente in due direttrici. La prima è stata l’ introduzione di rilevanti dazi sull’ acciaio cinese nel tentativo di rallentare una concorrenza resa insostenibile dal dumping sistemico delle aziende di Pechino, sostenute finanziariamente dallo Stato e favorite da costi energetici e contesti legislativi ambientali incomparabilmente più favorevoli rispetto a quelli europei.
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