PARTS Giugno 2026 | Page 78

Management

La seconda, molto più interessante per il nostro settore, riguarda invece la delimitazione del cosiddetto“ Made in Europe” per il settore auto. È probabilmente qui che emerge nel modo più evidente tutta la contraddizione burocratica europea. Bruxelles tenta infatti di ricostruire perimetri industriali europei nel momento stesso in cui il cuore tecnologico ed economico dell’ automobile si è progressivamente spostato altrove. Il nuovo impianto normativo, denominato Industrial Accelerator Act, stabilisce che una vettura possa essere considerata europea qualora il 70 % del valore della componentistica venga prodotto all’ interno dell’ Unione, mentre larga parte dei sistemi strategici legati alla propulsione elettrica segue un trattamento separato. Il punto è decisivo. Nell’ automobile elettrica moderna circa il 50 % del valore industriale si concentra ormai nelle batterie, nei motori elettrici, nell’ elettronica di potenza, nei semiconduttori, nel software e nei sistemi digitali: esattamente i comparti nei quali la dipendenza asiatica, e soprattutto cinese, è diventata strutturale. Tradotto in termini industriali, il nuovo“ Made in Europe” rischia quindi di applicarsi soprattutto alla parte meno strategica della vettura. A conti fatti, un’ automobile con circa il 65 % del proprio valore tecnologico e industriale generato fuori dall’ Europa potrà comunque essere venduta come vettura europea anche se, nella sostanza, nel vecchio continente sarà stata prevalentemente assemblata. Ed è qui che la questione diventa molto più seria di una semplice disputa commerciale. L’ Europa sembra tentare di certificare normativamente una sovranità industriale che nel frattempo si è progressivamente indebolita nella realtà delle supply chain, delle materie prime, dell’ energia e della tecnologia. In altre parole, Bruxelles tenta ancora una volta goffamente di ricostruire attraverso la regolazione ciò che l’ Europa ha progressivamente perso sul piano industriale. È più che evidente che le produzioni di vetture si trasferiranno progressivamente laddove il maggior valore aggiunto verrà prodotto e in mancanza di interventi radicali e rapidi l’ Europa rischia di perdere il controllo industriale della propria filiera automobilistica.
L’ Europa tocca di fioretto, la Cina risponde col bazooka
La risposta cinese a tutto questo è stata immediata e soprattutto molto più lucida e aggressiva di quella europea. Pechino ha infatti approvato un nuovo insieme di regole la Supply Chain Security Law finalizzate a proteggere le proprie supply chain da eventuali misure ostili provenienti dall’ estero, trasformando di fatto filiere industriali, materie prime e tecnologia in strumenti di sicurezza nazionale. È un passaggio enorme e probabilmente ancora sottovalutato in Europa. Perché certifica definitivamente la fine della globalizzazione neutrale immaginata dall’ Occidente negli ultimi trent’ anni. Le supply chain non sono più semplici infrastrutture economiche ma strutture di potenza, pressione geopolitica e controllo strategico. Ed è proprio qui che emerge tutta l’ ingenuità europea. Mentre Pechino protegge approvvigionamenti, materie prime critiche, tecnologia e capacità industriale, Bruxelles continua infatti ad affrontare la questione prevalentemente attraverso regolazione, procedure amministrative e definizioni normative: cose da burocrati impenitenti. Il problema, tuttavia, è che la realtà industriale si muove molto più velocemente ed efficacemente delle norme. Le produzioni tenderanno inevitabilmente a concentrarsi laddove siano presenti:
• energia competitiva
• controllo delle materie prime
• massa critica industriale
• integrazione verticale
• capacità tecnologica. Ed è esattamente ciò che la Cina sta costruendo da oltre vent’ anni. L’ Europa invece rischia progressivamente di trasformarsi da civiltà industriale a semplice mercato di consumo regolato e di conseguenza sempre più sottomesso ed impoverito.
Prepararsi al nuovo ordine industriale
La recente visita di Trump in Cina e le tensioni che ne sono seguite mostrano inoltre come la vera partita mondiale non si giochi più soltanto sul commercio ma sul controllo industriale e tecnologico delle filiere strategiche. Gli Stati Uniti hanno ormai compreso da tempo che industria, energia, semiconduttori, terre rare, batterie e supply chain rappresentano strumenti di potenza nazionale prima ancora che semplici variabili economiche. La Cina si è già mossa esattamente nella medesima direzione attraverso protezione giuridica delle filiere, controllo delle materie prime e consolidamento industriale. L’ Europa invece continua ad affrontare questa transizione prevalentemente come una questione regolatoria e ambientale dando dimostrazione ogni giorno di un comportamento difensivo e confuso proprio mentre il resto del mondo la considera sempre più una questione di potenza geopolitica. Ed è probabilmente questa la questione più preoccupante che ad oggi non lascia intravedere una reale inversione di tendenza. Perché mentre Stati Uniti e Cina stanno ridefinendo il nuovo ordine industriale mondiale, l’ Europa sta progressivamente perdendo non soltanto capacità produttiva ma anche rilevanza politica e strategica. In questo scenario le aziende italiane non possono più limitarsi ad attendere improbabili soluzioni provenienti da Bruxelles. La globalizzazione neutrale sulla quale gran parte dell’ industria europea aveva costruito il proprio modello di sviluppo si sta rapidamente dissolvendo sotto la pressione della competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina. E questo cambia radicalmente anche il ruolo delle imprese. Non sarà più sufficiente produrre bene e a basso cowsto. Diventerà decisivo:
• controllare tecnologia
• presidiare supply chain
• difendere proprietà industriale
• garantire accesso all’ energia
• costruire alleanze strategiche attraverso incorporazioni e / o acquisizioni al fine di mantenere una massa critica economicamente sostenibile.
Le aziende più fragili rischiano progressivamente di trasformarsi in semplici subfornitori a basso margine o in obiettivi di acquisizione all’ interno di filiere controllate da altri. Quelle più solide dovranno invece scegliere rapidamente dove collocarsi nel nuovo ordine industriale mondiale prestando molta attenzione alla traiettoria strategica americana che come ormai evidente non dipende da questa o quella amministrazione ma da una precisa visione a lungo termine del paese. Perché la competizione non riguarda più soltanto il commercio. Riguarda il controllo industriale del futuro.
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