My first Publication BUCCI | Page 11

Tour ideale i fotografi vissero la loro stagione eroica. Nei loro viaggi per terre esotiche dovet- tero trasportare attrezzature delicate, ingombranti e pesanti, tutti strumenti ne- cessari per portare a termine gli elaborati procedimenti chimici per lo sviluppo e il fissaggio. Negli anni Trenta, il viaggio a Roma non ha più il sapore di una meta ideale, il mito eterno da conoscere di persona per il bene della propria for- mazione culturale e carriera artistica. Un altro centro urbano d’oltralpe ha ormai da tempo preso il suo posto. Bucci ha conosciuto entrambe le capitali e forte di questa esperienza non salta gli appuntamenti con la storia dell’arte, tornando nei luoghi già visitati e ritratti. Il suo è un viaggio senza fine perché è il solo modo per mettersi alla prova, con- frontarsi con la realtà che gli sta di fronte: non è mai la stessa. Il cambio delle stagioni, la patina del tempo, gli incontri fortuiti, la luce nel corso di un giorno, l’inedito punto di vista, gli anni che maturano i sensi,…: la realtà non è mai la stessa e per questa ragione va ogni volta affrontata, trascritta con i pro- pri mezzi artistici come se fosse la prima volta. Il viaggio senza fine per la città eterna man- tiene tutta l’originalità del Grand Tour e come tale utilizza tecniche e mezzi di registra- zione consoni a chi esercita l’arte della pittura. Bucci, insa- ziabile viaggiatore, ha sempre con sé la formula dell’album, facile da trasportare e capiente. Via Ostiense, 1938 Non ci si sazia di questa mitezza variopinta. / Ci si tempra. Non è un altori- lievo. È una / tela che può fare da sfondo ad ogni gesto, e / quasi, ad ogni sogno. / La bellezza di Roma è prepotente. Le cose ti saltano in faccia. / Non mi stupisco che Roma si sia sempre occupata / di realtà. Vive nella realtà perpetua, evidente. / Non c’è zona di dubbio. / O se c’è dubbio, è tra due bagliori, tra due evidenze. / Ieri sera Trinità dei Monti era incrostata di / varie madreperle, di veri argenti, di diversi ori. / Ogni toppa aveva un limite preciso. Gli spigoli / delle case a Roma son più che ta- glienti. Sono tante prue che dividono una zona tropicale / da una zona glaciale. È una unità fatta / di contrasti, ardua da capire, e affaticante. / Tutto vi attira e vi strapazza. Anche la / posizione geometrica, stellare, dei monumenti. / L’unità di Roma, la fusione di Roma con / l’esaltazione del vostro spirito; l’atmosfera propizia / ai colloqui con le cose e con se stesso accade / quando la città è illuminata dal basso; quando / è trasfigurata dal solleone 1 . Con questo pensiero autografo di Anselmo Bucci, steso durante il soggiorno romano del ’33, si può dare inizio al viaggio. Sintesi di un’impressione, ritratto di una città a lungo amata, spesso visitata perché agli occhi di ogni artista rispet- toso della storia e della tradizione essa rappresenta un termine di confronto in- dispensabile. Lo è già stato in passato con quella schiera di giovani aristocratici, artisti, collezionisti e cultori della storia e delle arti tra il XVIII e il XIX secolo. Ai quei tempi il fenomeno del Grand Tour aveva tutto il sapore di un’impresa eroica, un viaggio iniziatico pieno di rischi: dalle precarie condizioni della viabi- lità, particolarmente insicura nei valichi delle Alpi, alle imboscate delle bande armate senza dimenticare le difficoltà nell’organizzare il vitto, l’alloggio e il re- perimento di adeguati mezzi di trasporto. Ad attenuare l’esigenza di recarsi sul posto per apprezzare de visu i cosiddetti “beni culturali”, è l’avvento e la diffusione della fotografia. Per dirla con Walter Benjamin, «l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica» 2 può essere conosciuta anche attraverso le riprodu- zioni fotografiche. Certo, in un primo tempo, verso la prima metà del XIX° se- colo, quando i progressi scientifici raggiunti nel campo dell’ottica e della chimica furono tali da garantire l’impressione e il fissaggio dell’immagine su lastra, anche 9