di Vanni Melani
Le avventure di Motorino
Chi era Motorino? E perché Motorino? E lui iniziava il suo solito, colorito racconto
Buontempone, “convinto fascista”, e con lo sguardo rivolto al passato, quasi trasognato, diceva: «Avevo un dio, me lo hanno ucciso!». «Chi era?», gli domandavano tutti. «Benito Mussolini», rispondeva lui. Faceva parte di una divertente combriccola di pistoiesi alla “Amici miei” di Monicelli, il punto d’incontro era il Bar del Teatro Manzoni. Fra tutti io ero il più giovane, diciassette anni, la mascotte del gruppo. Gli altri erano liberi professionisti, commercianti e studenti universitari fuori corso da un minimo di dieci anni. Si facevano dispetti e beffe l’uno con l’altro, senza troppi complimenti. «Babbo», chiese la figlia di Motorino una mattina, «come hai fatto ieri sera a tornare a casa?». «Che domande, con l’auto, la mia Alfòna» (una 1900 Alfa Romeo blu da rappresentanza come quella ritratta nella foto qui sotto. Per quei tempi un gran lusso). «Perché me lo domandi, cosa è successo?» E la figlia, stupita, serenamente: «Guarda alla finestra, la tua Alfona è su quattro mattoni». A questa beffa seguì la vendetta ed un altro compagno di “zingarate”, che aveva acquistato una fiammante spider rossa, trovò rovesciata su tutta la tappezzeria una confezione di farina. Non mancavano le diatribe verbali su temi politici. Sempre al Bar Manzoni, il nostro esuberante Motorino inneggiava al Duce. Di tutta risposta la controparte politica rappresentata da un “fuoricorso” decennale, aspirante medico, di estrema sinistra, lo appellava con voce pacata e profonda: «Ma stai zitto Motorino, se ti avessero visto i tuoi amici nazisti avrebbero detto: ‘oh cos’è questa scimmia?’ e ti avrebbero buttato subito in forno». Chi era Motorino? E perché Motorino? E lui iniziava il suo colorito racconto. «Nel dopo guerra avevo una “Harley Davidson” comprata dagli americani, non era una moto, era un mostro. In quelle strade ancora tutte dissestate la mia moto era un orgasmo di potenza. Quando transitavo io, attoniti si azzittivano anche i cani, cessavano di abbaiare e dallo spavento si mettevano la coda fra le zampe mentre entravano nella cuccia. Il rombo assordante del mio motore super compresso si sentiva da un capo all’altro della città. Tanto è vero che le mamme stringevano a sé i loro bambini per evitare che la marmitta li ingoiasse!
Ragazzi, la precisione, il tempismo dei comandi di quella moto erano formidabili. Un giorno feci una scommessa con me stesso: passaggio a livello di via Nazario Sauro. Dico, voi sapete come fanno le sbarre del passaggio a livello? Glon-glon, glon-glon, glon-glon scendono, battono sulla forcella d’appoggio, rimbalzano di cinquanta centimetri e si riabbassano definitivamente. Avevo calcolato tutto alla perfezione, aumento il gas, la mia potente Davidson mangia il terreno e lascia mezzo chilo di gomme sulla strada; mi avvicino sempre di più alle sbarre, ecco come di regola matematica la prima batte sulla forcella, sono a pochissimi metri, rimbalza di cinquanta centimetri ed io passo con precisione millimetrica… avevo però dimenticato un particolare: anche l’altra sbarra aveva già fatto altrettanto… e fu così che il mio cuoio capelluto rimase lì per terra, in prossimità della seconda sbarra del passaggio a livello». Qualche tempo dopo Motorino mi chiese se, per mezzo milione di lire, gli vendevo i miei capelli!
Il Metato • 35