Racconti
Il compagno di viaggio
In treno da Basilea a Bruxelles con un ometto di mezza età e basco in testa, tipico francese...
ne di porcellane, fatta di piccoli oggetti con rigorose decorazioni, alla manipolazione del refrattario fatto di grandi masse, scultoree e plastiche superfici e grandi, articolati oggetti chiaroscurali: lì incontrai la vera scultura che ancora oggi mi accompagna. In quegli anni un giovane di provincia che per turismo o studio si recava all’estero era una rarità; per cui quando rimpatriavo a Pistoia ero motivo di curiosità compiacenti: «Ecco Vanni reduce dall’Olanda», commentavano amici e conoscenti con una certa ammirazione. L’anno precedente raggiunsi l’Olanda in automobile con i De Koort. Fu per me un’avventura, mi sentivo partecipe di qualcosa d’importante che pochi miei connazionali facevano. Solo gli emigranti che in quegli anni stipavano i treni e risalivano lo stivale su verso la Svizzera, la Germania, il Belgio, l’Olanda: sembravano vere “tradotte” militari. Era agosto e per la prima volta percorremmo l’autostrada del Sole appena inaugurata: che stupore! All’ombra delle Alpi, dentro quelle profonde vallate in Svizzera, la Francia del nord, Lussemburgo, Belgio e finalmente l’Olanda. Mi sentii veramente privilegiato pensando ai miei concittadini chiusi nella loro lenta quotidianità provinciale. Quell’anno invece raggiunsi Dordrecht (la cittadina di residenza dei De Koort) in treno. Partito da Firenze su uno di quelle “tradotte” stracolme di emigranti provenienti da Caltanissetta con già quindici, forse venti ore di viaggio stipati, sudati (era luglio con 42 gradi a Firenze), entrato sul vagone dovetti, per l’affollamento, rimanere fermo sulla piazzola d’ingresso con il mio carico di tre pesanti valigie. Nonostante i finestrini aperti ugualmente gli odori di formaggi, insaccati, vino mescolati al sudore umano e non solo si traducevano in miasmi difficilmente tollerabili. Tutto questo era corredato da canti, vocii, volgarità, mani generose che forzatamente avrebbero voluto rifocillarmi con brindisi al fiasco: lunghe sorsate ciascuno! Per non parlare dei litigi, i coltelli, i commenti alle ragazze… tutte “pariggine”. Sicuramente gli extracomunitari nostri ospiti, oggi, si comportano molto meglio. Tuttavia lo spirito di adattamento prende il sopravvento e pian piano, sopraffatto dalla insistente generosità mi adattai e condivisi una parte del viaggio con l’esuberante compagine. Finalmente arrivato a Basilea verso le due del mattino, cambio treno per Bruxelles ed a Strasburgo si siede davanti a me un ometto di mezza età con basco in testa: un tipico francese. Allora con grande slancio inizio un lungo colloquio (sicuramente un po’ alla Totò) con il gentile signore esibendo il mio francese e fui meravigliato e orgoglioso che questi capiva tutto quello che dicevo. Molte parole italiane le “francesizzavo” nella speranza di indovinarle; non ci crederete, capiva tutto, mentre io molto meno il suo francese. Parlai del mio viaggio, dei miei studi dei miei amici in Olanda, della mia famiglia! Orgoglioso di come procedeva la conversazione cominciavo a montarmi la testa, pensavo: «Hai visto come si imparano alla svelta le lingue andando all’estero!» Offrii a quel gentile signore le mie sigarette “Nazionali Esportazioni”: «prenda, sono italiane, un po’ forti…») alla Albertone. Dopo diverse ore, se ben ricordo intorno alle otto, arrivammo a Bruxelles ed il mio occasionale compagno di viaggio scese dal treno e salutandomi aggiunse in un perfetto italiano: «giovane, con codesto francese non può girare il mondo!». Era italiano anche lui.
Nel 1961 tornai in Olanda, già l’anno prima ero stato ospite di amici di mio padre, i coniugi De Koort. Per quasi un anno frequentai il reparto di plastica della antica fabbrica di ceramica a Delft la “Porceleine-fles”: il famoso “Delft Blauw”. Fu per il giovane… me un’esperienza fondamentale che mi ha legato fino ad oggi alla realizzazione di lavori di grande impegno in terra refrattaria. Infat ti la Porceleine-fles aprì nel dopo guerra un reparto in cui si progettava e produceva, grandi manufatti di refrattario artistico (bassorilievi, decorazioni, mosaici, strutture a tutto tondo ecc.) destinati all’arredo urbano per Rotterdam. Totalmente rasa al suolo dai tedeschi il 14 maggio 1940 (analogamente a Guernica, nel bombardamento effettuato appositamente nel giorno di mercato) dove 900 civili trovarono la morte e 80.000 rimasero senza tetto. Quando nel 1960 arrivai in Olanda, Rotterdam era stata tutta ricostruita e poteva “vantare” di essere la città più moderna d’ Europa. In quel reparto ero a contatto con altri giovani provenienti da tutto il mondo fra cui avevo fatto amicizia con Jakob, un australiano molto capace e creativo. Fu per me importante e determinante quel passaggio della produzio34 • Il Metato