Libro S.Antonio da Padova | Page 23

CAPITOLO III · La vita interiore
La povertà! Antonio la stimò e la amò come il suo tesoro.
Lui, che un tempo aveva vissuto nell’ abbondanza e nel lusso, si rallegrava ora di camminare a piedi nudi, di vestirsi con una tunica misera, di mancare talvolta del necessario e di mangiare, come il
Salvatore, il pane santo dell’ elemosina.
Si era talmente impregnato di questo spirito, si sentiva così a suo agio nella privazione, che i Frati d’ Italia, ignorando la sua origine, lo credettero dapprima un uomo di umili condizioni.
La povertà! Antonio la difese come l’ eredità più preziosa della famiglia serafica. Dopo la morte di Francesco, si formò nell’ Ordine un partito- fortunatamente poco numeroso- che desiderava un’ attenuazione della Regola; fra Elia, che il Fondatore aveva amato sopra tutti, ne era l’ ispiratore e il capo. L’ ex vicario generale del Beato Padre tradiva senza scrupoli il pensiero del suo maestro. Voleva per i conventi delle fondazioni che, pur non rivaleggiando forse con la ricchezza delle opulente abbazie benedettine, assicurassero comunque ai Minori entrate fisse e sufficienti. Una simile innovazione avrebbe annientato l’ opera del Patriarca. Le congregazioni religiose prosperano meno per l’ abbondanza dei beni temporali che per la fedeltà al loro spirito originario: affrancandosi dalla loro totale povertà, i figli di Francesco avrebbero inevitabilmente perduto, insieme al loro ideale, anche la loro libertà apostolica e il loro prestigio. Il nostro santo si oppose con energia alle vedute troppo umane di Elia; nei Capitoli generali, dove la sua grande reputazione gli conferiva un’ influenza preponderante, e persino davanti a papa Gregorio IX, egli difese con fervore e fece trionfare la causa della povertà.
Il grado più alto della carità si trova nella totale sottomissione alla volontà dell’ Altissimo. La santità, si potrebbe dire, ha un solo motto che riassume in una parola tutte le forme della perfezione: « Fiat ». Antonio ha praticato in modo eccellente questa virtù dell’ abbandono, che è l’ espressione più eloquente dell’ amore; si è lasciato docilmente condurre per vie spesso incomprensibili e dolorose.
Basti ricordare l’ oscurità in cui trascorse i suoi primi due anni di vita francescana. Nel fervore della sua generosità non aveva esitato davanti a nessun sacrificio; aveva lasciato tutto per realizzare il suo sogno di apostolato e di martirio. Ma proprio quando stava per raggiungere la meta, fu improvvisamente fermato e, per circostanze provvidenziali, fu indirizzato ad Assisi. A quel Capitolo del 1221, a cui partecipò, nessuno dei tremila religiosi presenti a quella grande assemblea lo conosceva; nessuno ne apprezzava il vero valore. Mentre i provinciali e i superiori locali si contendevano i soggetti più brillanti, nessuno chiese per sé quel Frate umile e silenzioso che,
44 45