Sant ' Antonio di Padova CAPITOLO II · La vita apostolica
Per un missionario come il nostro santo, l’ esposizione del dogma doveva sfociare in conclusioni pratiche. Si scagliava contro i vizi con una forza terribile; li attaccava con un ardore intrepido, nel quale si riconosce, senza dubbio, l’ eredità dei nobili guerrieri suoi antenati. Lottava specialmente contro l’ orgoglio, l’ amore del piacere e l’ avarizia. Quest’ ultima, in particolare, e a giusto titolo, lo indignava: vi è forse qualcosa che offenda più gravemente Cristo? Il Maestro ci ha dato tutto, si è donato a noi senza riserve: come non dovrebbe maledire il cuore spietato che non si commuove davanti alla miseria del prossimo?
Antichi biografi raccontano a questo proposito un aneddoto, che conserva il tono di una leggenda. Antonio, riferiscono, dovette tenere un discorso durante i funerali di un usuraio. Avendo appreso per una rivelazione particolare la dannazione eterna dello sventurato, volle che la sorte tragica di quell’ infelice servisse almeno da lezione ai vivi. Dopo aver esposto in poche parole vibranti i pericoli dell’ avarizia, concluse il suo discorso con questo passo del Vangelo: « Il ricco malvagio morì e fu sepolto nell’ inferno. Mortuus est … dives et sepultus est in inferno 3 ». Poiché l’ uditorio si stupiva di tanta audacia, il predicatore aggiunse: « Quest’ uomo aveva posto il suo cuore nei suoi tesori. Andate ad aprire il suo forziere: vi troverete quel cuore, colpito dalla Giustizia dell’ Altissimo ». Ci si recò allora nella casa del defunto, e l’ affermazione del santo si rivelò miracolosamente vera: il cuore del defunto giaceva in mezzo al suo oro.
Antonio rivestiva la sua ricca dottrina delle forme più seducenti. Talvolta con quadri pittoreschi: ad esempio, un sermone per la festa di Natale inizia con una descrizione
3 Lc 16, 22. poetica della primavera, la cui freschezza ricorda l ' immaginazione ingenua e graziosa del serafico Padre. Altre volte, con slanci sostenuti e potenti. Gli ascoltatori sentivano in sé quel misterioso brivido che comunica l’ alta eloquenza. Ma soprattutto era il tono dell’ oratore: quella forza d’ affermazione, quella convinzione ardente, quell’ accento inimitabile che può essere dato solo dall’ amore di Dio spinto fino a una passione santa.
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Il successo di questa predicazione fu immenso. In Francia come in Italia, vere folle invadevano le chiese dove parlava il santo. Tale era, talvolta, l’ affluenza dei fedeli che le più vaste cattedrali non bastavano a contenere un’ assemblea tanto numerosa. Antonio allora rinunciava a salire sul pulpito; predicava all’ aperto, su qualche tribuna improvvisata. Gli accadde, riportano i suoi primi biografi, di pronunciare certi discorsi davanti a circa trentamila persone.
Se si trovava di passaggio in una città, accorrevano per ascoltarlo anche dalle campagne più lontane. Tra gli abitanti della città, molti venivano a occupare il proprio posto diverse ore prima dell’ inizio della predicazione.
I dettagli che i suoi contemporanei ci hanno lasciato sulla sua ultima quaresima sono estremamente suggestivi. Antonio aveva deciso di predicare successivamente in ciascuna delle chiese di Padova; dovette presto modificare il suo progetto e sistemare una tribuna in un prato spazioso, per soddisfare la pia avidità della folla. L’ intera città assisteva ai suoi sermoni; in prima fila si notava il venerabile vescovo Giacomo Corrado, circondato dal suo clero. I mercanti chiudevano le botteghe per non perdere la predica. Le signore dell’ alta società, di solito poco mattiniere,
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