Sant ' Antonio di Padova CAPITOLO II · La vita apostolica Esercitò il suo ministero in diversi paesi.
La Romagna ebbe le primizie del suo apostolato; per quasi due anni, Rimini, Bologna e le campagne circostanti udirono la sua parola. Il santo ingaggiò una vigorosa lotta contro i catari e i patarini, che infestavano la regione. Questi eretici, diretti eredi delle antiche sette manichee, troppo spesso nascondevano sotto un’ apparente austerità la perversione dell’ intelligenza e dei costumi; facevano purtroppo numerosi proseliti.
Gli sforzi compiuti più volte per ricondurli al ravvedimento avevano prodotto fin allora solo deboli risultati. Ai predicatori era mancato il prestigio conferito dalla profondità della scienza e dallo splendore dell’ alta virtù. Antonio portò nella controversia una dottrina solida, che scosse gli spiriti; l’ esempio della sua santità finì per conquistare i cuori. Le conversioni si moltiplicarono; parecchie di queste anime ritornate alla fede, non contente di abiurare l’ errore, si impegnarono nelle vie della perfezione.
Mentre proseguiva il suo difficile ministero tra gli eretici, Antonio insegnava ai Frati di Bologna i principi della teologia. È facile comprendere a quale prezzo di fatiche riuscisse a condurre parallelamente due impegni tanto delicati quanto importanti.
Dal 1224 al 1226, evangelizzò la Francia. Lo troviamo, a turno, a Montpellier e a Tolosa, dove dirigeva gli studi dei giovani religiosi; a Le Puy-en-Velay e a Limoges, dove esercitava la funzione di superiore; a Brive, dove fondò un convento. In quest’ ultima città si mostra ancora oggi una grotta nella quale si ritirava frequentemente per dedicarsi alla preghiera. In quel rifugio selvaggio gustò gioie divine; vi raggiunse le vette più alte della contemplazione. Vi subì anche gli assalti dell’ inferno: il demonio volle strangolare il missionario zelante, la cui parola gli strappava tante anime; ma la Vergine Immacolata accorse in aiuto del santo che la invocava e mise in fuga il maligno con la sua presenza.
Il Capitolo provinciale, che si tenne ad Arles alla fine dell’ estate del 1226, condusse Antonio in Provenza. La sua reputazione di oratore e di taumaturgo lo aveva preceduto. I Frati lo accolsero con gioia e gli chiesero con insistenza di rivolgere loro un’ esortazione. Il santo accolse il loro desiderio; il 14 settembre parlò loro sulla Santa Croce, di cui la Chiesa celebrava quel giorno l’ Esaltazione gloriosa. Prese come testo del suo discorso il titolo che Pilato aveva fatto affiggere sul patibolo del Salvatore:“ Jesus Nazarenus, Rex Judaeorum”. Mentre sviluppava il suo tema, Francesco d’ Assisi, ancora vivente, apparve nella sala capitolare.
Il Beato Padre sembrava librarsi sopra l’ assemblea; ascoltò per qualche istante con compiacenza l’ ardente predicatore, degno figlio della sua anima; poi, con la mano insanguinata dalle stimmate di Cristo, benedisse i suoi figli e scomparve. L’ uditorio, rapito dall’ eloquenza di Antonio, non si accorse di questo strano fenomeno; solo un religioso, di nome Monaldo, alzò lo sguardo e fu testimone del prodigio. Questo fatto, riportato da Tommaso da Celano e san Bonaventura, non può essere messo in dubbio.
Dalla Provenza Antonio tornò in Italia, dove trascorse gli ultimi cinque anni della sua breve esistenza. Probabilmente salpò da Marsiglia e sbarcò in Sicilia. Vi sog-
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