LIBERAMENTELIBRANDO Montebello di Bertona - Il dialetto | Page 10

Gabriele Falco Montebello di Bertona - Il dialetto Edizioni Cinque Terre con l’aggiunta indiscriminata di “u”. Ad esempio, “la cimminìrë” (= la ciminiera) per loro diventava: “la ciummunùrë”; “lu caccinèllë” (= il cagnolino) “lu cuccciunùllë” e così via. Tuttavia devo dire che (salvo qualche rara volta), ho sempre continuato stoicamente!- a parlare nel mio dialetto, nei momenti e nelle situazioni in cui si poteva fare a meno dell’italiano. A distanza di tempo da quella mia esperienza (avuta tra il 1973 e il 1977), ho cominciato a percepire nettamente, nell’eloquio delle nuove generazioni (complice, forse, una lontananza sempre più prolungata da Montebello), una tendenza ad armonizzarsi, se così si può dire, con i dialetti delle comunità con le quali esse sono entrate in rapporto. E tale tendenza, allo stato attuale, è talmente viva e dinamica, che è sempre più facile sentir dire da un giovane montebellese “šìnë” (= sì) al posto del più schietto “šùnë”, o “prìmë” (= prima o primo) invece di “prùmë”. E non vengono risparmiate nemmeno espressioni proprie non solo del montebellese, ma dell’intera area della Comunità Montana Vestina, la quale subisce sempre più l’influenza del dialetto del capoluogo di provincia. Tipico è il caso del montebellese “t’òmë vå” e del vestino in generale “t’òmë vò” (= ti vogliono) che spesso, nella parlata dei giovani (e non solo), viene sostituito da “t’ànnë vò”, proveniente dal pescarese e dalla