LIBERAMENTELIBRANDO Montebello di Bertona - Il dialetto | Page 9

Gabriele Falco Montebello di Bertona - Il dialetto Edizioni Cinque Terre PREFAZIONE Il principale motivo che mi ha spinto a occuparmi del dialetto di Montebello di Bertona risiede nell’impressione che di tale parlata, forse già sul finire del secolo appena iniziato, resterà poco o nulla, visto il suo inesorabile processo di declino il quale, avviatosi nella seconda metà del 1900, oggi è più che mai evidente. Ad agire in maniera determinante in tal senso sono state le generazioni avvicendatesi in questi ultimi sessant’anni. Generazioni che, avendo la possibilità (e la necessità) di passare più tempo al di fuori di questo piccolo centro dell’entroterra pescarese, e quindi di confrontarsi con dialetti sentiti come più raffinati o “cittadini”, a mano a mano, vittime inconsapevoli di un diffuso complesso di inferiorità, hanno cominciato ad adottare quelle parlate percepite come più civili. Non a caso, ancora fino a qualche decennio fa, un Montebellese che si esprimeva in un dialetto quanto più vicino a quella che è la koinè dell’abruzzese adriatico in generale, si sentiva dire dai compaesani che parlava “pulito”, cioè con un eloquio preso a modello da realtà urbane sentite come più prestigiose (è il caso, ad esempio, di quanti hanno riconosciuto come superiore al montebellese il dialetto di Pescara o di altri centri attorno a essa gravitanti). A tal proposito, è ancora ben viva, nella memoria del sottoscritto, la propria esperienza scolastica vissuta in una Scuola Superiore di Penne, cittadina nella quale confluivano (e tuttora confluiscono) studenti provenienti da diversi centri non esclusivamente afferenti al territorio della Comunità Montana Vestina; al cui interno, comunque, il vocalismo tonico del montebellese sembra essere unico, per la prevalenza dei suoni in “o” e soprattutto in “u”. Ogni volta che mi esprimevo nel mio dialetto si scatenava, immancabilmente, un’irrefrenabile e prolungata ilarità tra i miei compagni di scuola, ai quali sembrava inconcepibile che quello che per loro era “lu mandìlë” o “lu mandèlë” (= la tovaglia della tavola) venisse da me pronunciato: “mandùlë”. Inutile aggiungere che essi arrivavano, al colmo del divertimento, a farmi il verso storpiando la pronuncia di ogni vocabolo 7