E, allora, perché scrivo?
Solo in alcuni momenti, di esaltazione o di ripiegamento interiore, di solitudine o di gioia, mi sono
chiesto: “Perché vivo”? Cioè nei due momenti costitutivi ed antitetici della vita di ognuno di noi: il
baratro e il cielo infinito.
Penso che la stessa cosa valga per la domanda: perché scrivo?, con in più la funzionalità da dare a
quel tesoro nascosto dell‟ascolto, che altri sperperano nel frastuono e che, invece, nel poeta diventa
fuoco per incendiare il firmamento e distruggere il quotidiano, sapendolo guardare con occhi straniti
e meravigliati.
Si scrive come si respira, come si gioisce, come si soffre, come si resta sospesi dinnanzi ad
eventi imprevisti.
Se poi ti analizzi, pensi ai vari motivi della scrittura.
Scrittura come possibilità di chiarirti dentro, di far decantare aspetti incandescenti che, se liberi,
potrebbero incenerirti. Solo al poeta è lecito alternare le sfumature di luce, in una realtà umana che
si gioca tutto nell‟alternare, anche a livello simbolico, tra il giorno e la notte: il dettaglio all‟uomo
comune sfugge, ma nel dettaglio sta la divinità.
Scrittura ancora come comunicazione di sé, per apprendere, per vincere la solitudine, per farsi
apprezzare, per avere altri stimoli.
Quando, poi, con la scrittura si ha lunga dimestichezza, sorgono altre motivazioni, forse più
elaborate.
Allora forse si scrive per vincere la tirannìa del tempo e avere per un momento il brivido
impossibile e imperituro della prima alba del mondo.
O, usando la bellissima espressione kantiana messa alla fine della sua Critica della ragion pratica:
“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, si scrive per quel difficile accordo tra la
bellezza e la perfezione interiore, inverando nuovamente come punto di stabilità nell‟inquietudine
umana il calòs kai agathòs dei greci.
Oppure, si scrive per lodare le cose che ci appartengono come gli affetti, l‟infanzia, le proprie
radici.
Personalmente direi che scrivo per realizzare un sogno impossibile che è un po‟ tutto l‟assunto di
Musil nel romanzo “L‟uomo senza qualità”: ricreare cioè le condizioni di infinite possibilità per
reinventarmi sempre nuovo e sempre con l‟idea che niente ho sciupato, ho buttato nel percorso
della mia vita, che non ha fine perché non ha inizio.
In questo penso che la poesia sia l‟unica vera filosofia: ciò che la ragione non può raggiungere
come dice amaramente Alcmeone di Crotone: “Per questo muoiono gli uomini, che non possono
unire il principio con la fine” alla poesia riesce, perché in quell‟abisso “tutto ritenente”, nella sua
polivalenza, le traiettorie della vita sono infinite, senza tagli netti e determinati, come avviene nel
tempo: la poesia così, reincarnando il magma senza fondo del mito, si prende la rivincita, sostando
nella zona rischiosa dell‟essere, sul tempo, e così salvandosi, giacchè: “dove ha luogo il pericolo, là
sorge anche il salvatore” (Holderlin).
Ed anche, infine, si scrive per il gusto della parola: essa che esce dall‟opacità, che prende carne
e nervi da te, per tessere filamenti di luce, per creare situazioni e personaggi indipendenti da te e che
ti lasciano con amabile ironia o gioioso allontanarsi come figli proiettati in altri orizzonti non più
tuoi: essi aspettano gli occhi avidi del lettore per riceverne nuova linfa, nuova e infinita creazione.
Questi aspetti sono presenti un po‟ in tutta la mia produzione sia in versi che in prosa (a cominciare
dal mio primo romanzo “In exitu Israel dove le espressioni hanno cad