con la popolazione araba del posto che accampava diritti sulla
stessa terra, e che, tragicamente, rifiutò la proposta delle Nazioni
Unite di dividere la terra in due Stati, uno arabo ed uno israeliano.
È un processo iniziato mentre il mondo arabo cercava di isolare, di
demoralizzare, e in definitiva, di distruggere Israele. È un processo
iniziato mentre la popolazione israeliana raddoppiava nei primi
tre anni dalla sua fondazione, mettendo a dura prova le già scarse
risorse. È un processo iniziato mentre il Paese è stato costretto a
dirottare gran parte del proprio già limitato budget nazionale alle
spese per la difesa nazionale. Ed è un processo iniziato mentre
il Paese cercava di forgiare una identità nazionale e un consenso
sociale tra popoli che non avrebbero potuto essere geograficamente,
linguisticamente, socialmente e culturalmente più diversi.
“Gli israeliani, a soli 70 anni dalla nascita del proprio
Stato, sono tra i nuovi praticanti dell’arte politica.”
C’è poi la difficile e poco apprezzata questione dello scontro
potenziale tra la caotica realtà di uno Stato da un lato e, in questo
caso, tra gli ideali e la fede di un popolo dall’altro. Per un popolo
una cosa è vivere la propria religione da minoranza. Cosa ben
diversa è esercitare la sovranità in quanto popolazione maggioritaria
rimanendo allo stesso tempo fedeli ai propri standard etici.
Inevitabilmente, ci saranno tensioni tra l’auto-definizione spirituale
o morale di un popolo e le esigenze della costruzione di uno Stato,
tra la concezione più alta della natura umana e la realtà quotidiana
di individui che devono prendere decisioni pratiche ed esercitare
il potere mentre provano a districarsi ed a bilanciarsi tra gruppi di
interessi diversi in competizione tra loro.
Nonostante questo, le nostre aspettative devono per forza essere
così alte da fare in modo che Israele – un piccolo Stato ancora in
pericolo, che deve operare nel mondo duro e moralmente ambiguo
della politiche e delle relazioni internazionali – non ne sarà mai
all’altezza?
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