Dopo secoli di persecuzioni, di pogrom, di esili, di ghetti, di inquisizioni, di calunnie del sangue, di conversioni forzate, di leggi discriminatorie e di restrizioni all’ immigrazione – ma anche dopo secoli di preghiere, di sogni e di desiderio – gli ebrei erano tornati a casa ed erano padroni del proprio destino.
Ero sopraffatto dalla varietà delle persone, della loro provenienza, delle loro lingue e delle loro abitudini, e dall’ intensità della vita stessa. Sembrava che ognuno avesse una storia importante da raccontare. C’ erano sopravvissuti dell’ Olocausto con i racconti strazianti degli anni passati nei campi di concentramento. C’ erano ebrei dei Paesi arabi, le cui persecuzioni in Paesi come l’ Iraq, la Libia e la Siria erano allora ancora poco note. C’ erano i primi ebrei che venivano dall’ URSS per trovare una nuova patria nella terra ebraica. E c’ erano i sabra – gli Israeliani nati sul posto – le cui famiglie avevano vissuto in Palestina per generazioni. C’ erano gli arabi locali, sia cristiani che musulmani. C’ erano i drusi, le cui pratiche religiose vengono tenute nascoste al mondo esterno, ed altri ancora.
Non posso descrivere la commozione che ho provato quando ho visto Gerusalemme ed il fervore con cui gli ebrei di ogni provenienza pregavano al Muro del Pianto. Io venivo da una nazione che all’ epoca era profondamente divisa e demoralizzata, mentre i miei compagni israeliani erano palesemente fieri del loro Paese, pronti a servirlo nelle forze armate e in molti casi, determinati ad offrirsi volontari per le truppe d’ élite. Si sentivano coinvolti personalmente nell’ impresa della costruzione di uno Stato ebraico, a più di 1800 anni da quando i romani soffocarono la rivolta di Bar Kochba, l’ ultimo tentativo di ottenere la sovranità ebraica su quella terra.
Di certo la costruzione di una nazione è un processo enormemente complesso. Per Israele, è iniziato tra le tensioni
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