Israele, invece del Regno Unito, avesse potuto controllare i
propri confini e il diritto d’ingresso nel Paese, se Israele avesse
avuto ambasciate e consolati in tutta Europa, quanti altri
ebrei sarebbero potuti fuggire e ricevere asilo?
E invece, gli ebrei poterono solo affidarsi alla buona
volontà delle ambasciate e dei consolati di paesi terzi che
purtroppo, se non con poche eccezioni, non ebbero né la
‘bontà’, né la ‘volontà’ di assisterli.
Ho visto con i miei occhi cosa può significare
un’ambasciata o un consolato israeliano per gli ebrei attratti
dal richiamo di Sion o dalla spinta dell’odio degli altri verso
di loro.Mi trovavo nel cortile dell’ambasciata israeliana a
Mosca e ho visto migliaia di ebrei che cercavano di fuggire
al più presto da un’Unione Sovietica in preda a cambiamenti
epocali, impauriti dal fatto che questi cambiamenti
potessero manifestarsi in una rinascita dello sciovinismo e
dell’antisemitismo.
Sono rimasto colpito quando ho visto da vicino come
Israele non ha vacillato neanche un istante, quando evacuava
gli ebrei sovietici verso la patria ebraica, anche mentre i
missili Scud lanciati dall’Iraq traumatizzavano la nazione,
nel 1991. La dice lunga sulle condizioni che si lasciavano
alle spalle questi ebrei che continuavano a salire sugli aerei
diretti a Tel Aviv, mentre i missili cadevano nei centri abitati
israeliani. E infatti, in due occasioni mi sono trovato nei
rifugi assieme a famiglie di ebrei sovietici che arrivavano in
Israele sotto una pioggia di missili. Non hanno messo mai
in discussione la loro decisione di rifarsi una vita nello Stato
ebraico. E la dice lunga anche su Israele, che nel bel mezzo
di questa crisi della sicurezza nazionale, riusciva ad accogliere
nuovi immigrati senza battere ciglio.
Negli anni ottanta del secolo scorso ho viaggiato nella
regione del Gondar in Etiopia, incontrando ebrei che
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