IL MISTERO DI BELICENA VILLCA - prima parte (ITALIANO) IL MISTERO DI BELICENA VILLCA parte 1 - (ITALIANO) | Página 233
Artois e il Conte di San Pol. Pierre Flotte parlò al Parlamento in nome del Re, e le sue
parole ancora si ricordano: - "Il Papa ci ha inviato lettere in cui si dichiara che
dobbiamo sommetterci a lui in quanto al governo temporale del nostro Regno si
riferisce, e che dobbiamo rispettare non solo la corona di Dio, come sempre si è
creduto, ma anche quella della Sede Apostolica. Secondo questa dichiarazione, il
Pontefice convoca i prelati di questo Regno a un Concilio a Roma, per riformare gli
abusi che dice siano stati commessi da noi e dai nostri funzionari
nell'amministrazione dei nostri Stati. Voi sapete, d'altra parte, come il Papa
impoverisce la Chiesa di Francia al concedere a sua discrezione benefici i cui
proventi passano in mani straniere. Voi non ignorate che le chiese sono sopraffatte
da richieste di decime; che i metropoliti non hanno più autorità sui loro suffraganei;
né i Vescovi sul suo clero; che, in una parola, la corte di Roma, riducendo
l'episcopato al nulla, attira tutto a sé; potere e soldi. Dobbiamo porre fine a questi
eccessi. Vi chiediamo, quindi, come Signori e come Amici, di aiutarci a difendere le
libertà del Regno e quelle della Chiesa. Per quanto ci riguarda, non esiteremo, se
necessario, a sacrificare per questo doppio motivo i nostri beni, la nostra vita e, se
le circostanze lo richiedono, quella dei nostri figli ". La posizione di Filippo il Bello fu
appoggiata collettivamente dagli Stati Generali.
I Nobili e le Città inviarono e firmarono due lettere in cui essi respingevano con
termini forti le accuse contro il Re e denunciavano, a loro volta, l'intenzione del Papa di
convertire il Regno in un feudo ecclesiastico; le lettere furono inviate, non al Papa, ma al
Sacro Collegio. Inoltre, giurarono di difendere con il loro sangue l'indipendenza della
Francia e dichiararono che, in relazione agli affari del Regno, nessuno era più alto del Re,
né l'Imperatore né il Papa. I Cardinali, naturalmente, rifiutarono di considerare le accuse
"per il modo scortese di riferirsi al Papa"; ma i rapporti si stavano avvelenando sempre di
più. Durante l'Assemblea, erano stati resi pubblici i crimini più efferati attribuiti a Bonifacio
VIII: l'usurpazione di investitura papale, l'omicidio, la simonia, eresia, sodomia, ecc; e
quella mancanza di autorità morale, di chi voleva erigersi come Sovrano Supremo, fu
divulgata in tutti gli angoli del Regno dai pubblicisti di Filippo il Bello. La gente stava allora
con il suo Re e non avrebbe reagito negativamente a qualsiasi iniziativa che intendesse
limitare le ambizioni di Bonifacio VIII.
Per quanto riguarda i Vescovi, si trovavano con il seguente dilemma: se fossero
andati al Concilio, sarebbero stati considerati "nemici personali" del Re ed essere accusati
di tradimento e, come successe al vescovo di Pamier, essere processati da tribunali civili.
Ma se non si fossero presentati, sarebbero stati scomunicati da Bonifacio VIII. Tuttavia,
nonostante le rappresaglie terribili che aveva promesso il papa a coloro che non fossero
venuti a Roma, la maggior parte dei vescovi stavano con il Re, che consideravano come
un più degno rappresentante della Religione Cattolica: solo i Golen e le spie di Filippo IV
sarebbero andati al Consiglio a novembre; cioè, solo 36 su un totale di 78 Vescovi
francesi. Ma prima del Consiglio, l’11 luglio 1302 un evento sfortunato venne a portare un
lutto alla Corte Mistica di Filippo il Bello: per sedare la rivolta generale scoppiata nelle