I_Canti_di_Castelvecchio Canti di Castelvecchio | Page 48

per tutte bene pianeggiar le porche, mi facev’ir di qua di là, come uno fa, nel passaggio, in mezzo all’Oceàno». C ANTO S ECONDO Ed il ciocco arse, e fu bevuto il vino arzillo, tutto. Io salutai la veglia cupo ronzante, e me ne andai: non solo: m’accompagnava lo Zi Meo salcigno. Era novembre. Già dormiva ognuno, sopra le nuove spoglie di granturco. Non c’era un lume. Ma brillava il cielo d’un infinito riscintillamento. E la Terra fuggiva in una corsa vertiginosa per la molle strada, e rotolava tutta in sé rattratta per la puntura dell’eterno assillo. E rotolando per fuggir lo strale d’acuto fuoco che le ruma in cuore, ella esalava per lo spazio freddo ansimando il suo grave alito azzurro. Così, nel denso fiato della corsa ella vedeva l’iridi degli astri sguazzare, e nella cava ombra del Cosmo ella vedeva brividi da squamme verdi di draghi, e svincoli da fruste rosse d’aurighi, e lampi dalle freccie de’ sagittari, e spazzi dalle gemme delle corone, e guizzi dalle corde delle auree lire; e gli occhi dei leoni vigili e i sonnolenti occhi dell’orse. Noi scambiavamo rade le ginocchia sotto le stelle. Ad ogni nostro passo trenta miglia la terra era trascorsa,