I_Canti_di_Castelvecchio Canti di Castelvecchio | Seite 142

stanchi del nostro insolito galoppo, con tra le mani che sentian di lauro e di busso, le guancie ancor di fiamma, noi pensavamo al nostro bel San Mauro, al babbo atteso d’ora in ora, a mamma... Se il babbo, a casa, col più grande ch’era già di liceo, portava anche noi tre!... Era quello, lo studio: una preghiera, prima che al babbo, o Dio presente, a te! II Il più grande, un fanciullo esile e bianco, nostro babbo d’Urbino, al suo ritratto calmo attendeva; ed ogni tanto al fianco gli era un di noi che gli chiedeva: È fatto? Quasi... Ma il babbo arriva questa sera. ed il ritratto non sarà finito! Tornavamo a intrecciarci alla ringhiera, a riguardare, ad appuntare il dito, a dire, Vedi? a dire, Viene! O belle serate, fin che il cielo era celeste, e le vie bianche, e non ardean le stelle sopra il nero di monti e di foreste! Ma crescendo il silenzio, come triste sonava la campana della cena; mentre stelle lassù, viste e non viste, cadevan per l’oscurità serena! Oh! non veniva, non veniva ancora! Il ritratto, sì, forse era venuto. Anche due segni, l’opera d’un’ora, di due: sarebbe vivo, benché muto.