ANTONIO INTIGLIETTA
Fare vino è anche un atto poetico. Non è solo produzione
mere l’ anima più nascosta e cosmopolita di questa terra », spiega Intiglietta. « Non volevamo fare un’ operazione di rottura fine a sé stessa. Volevamo capire se qui, con questo clima e questi suoli, potesse nascere un Cabernet autentico, che non imitasse nessuno ». Una scelta che si inserisce in una visione più ampia: quella di un Salento capace di dialogare con il mondo senza rinunciare alla propria identità.
Liliana e Antonio Intiglietta
La comprensione del territorio
Oggi la tenuta conta 14 ettari vitati, di cui circa 12,5 a Cabernet Sauvignon e il resto a Sauvignon Blanc. I vigneti sono suddivisi in cinque parcelle diverse, tutte concentrate in un’ area relativamente ristretta, ma profondamente differenti per composizione dei suoli, esposizioni e influenza marina. « Le prime vendemmie sono state praticamente un’ attività di ascolto », racconta. « Ci servivano per capire, non per dimostrare. Solo ora iniziamo a leggere davvero le differenze tra i luoghi ». Il lavoro in vigna è condotto in biologico, con un’ attenzione costante alla biodiversità e alla gestione dello stress idrico, tema cruciale in un territorio sempre più segnato dai cambiamenti climatici. Dal 2023 la direzione tecnica è affidata ad Andrea Fattizzo, agronomo ed enologo presente in azienda tutto l’ anno, affiancato dalla consulenza di Carlo Ferrini. Questo approccio paziente e misurato si riflette anche nella cantina, uno dei luoghi più simbolici del progetto. Ricavata da un’ ex cava di carparo( una pietra salentina a base calcarea), dismessa e trasformata negli anni in discarica abusiva, è stata completamente bonificata e restituita al paesaggio. « Era un luogo ferito », racconta Intiglietta. « Ridargli dignità, restituirlo alla vita, è stato un gesto necessario ». La struttura, essenziale e contemporanea, dialoga con l’ ambiente circostante grazie a una grande parete a specchio che riflette la natura, quasi a voler scomparire nel paesaggio. « Perché fare vino è anche un atto poetico », dice. « Non è solo produzione ». E oggi finalmente la cantina apre alle visite: « Avevamo bisogno di tempo », sottolinea Intiglietta. « Il bambino era in fasce. Oggi possiamo dire che è cresciuto abbastanza da farsi conoscere ». Il primo“ bambino” è il portabandiera Salento IGP Tenuta Liliana, Cabernet Sauvignon in purezza prodotto oggi in circa 20.000 bottiglie. La vinificazione segue una linea sobria, senza forzature: fermentazione in acciaio, poi un affinamento calibrato in barrique e tonneaux di rovere francese, seguito da un lungo riposo in bottiglia. « Non cerchiamo vini muscolari o iperconcentrati », precisa Intiglietta. « Preferiamo eleganza, bevibilità, profondità nel tempo ». E un posizionamento decisamente alto, premium, per chiarire da subito la filosofia della cantina. Accanto al rosso, dal 2024 è arrivato Veneri, Sauvignon Blanc IGP, ispirato alla Grotta delle Veneri di Parabita. Un bianco mediterraneo, luminoso, teso, che nasce da una piccola parcella e da una produzione volutamente limitata. « Il primo anno abbiamo fatto 2.000 bottiglie, sono andate molto bene, anche oltre le aspettative », racconta. « Ora puntiamo a 6.000 bottiglie ». La novità del 2026 sarà un rosato da Cabernet Sauvignon, altra scelta controcorrente in una terra di rosati, sì, ma da Negroamaro. « Ma non vogliamo imitare i provenzali. L’ idea è di fare un rosato pugliese, con una sua identità regionale, partendo da un vitigno non autoctono ma che qui si esprime in modo particolare, unico ». Il progetto guarda già oltre il presente. Tra il 2027 e il 2028 arriveranno due cru da singole parcelle, una più interna e una più vicina al mare, con produzioni molto limitate. « Non abbiamo fretta », ribadisce Intiglietta. « Ogni vino deve avere un senso preciso ». Anche per questo, ribadisce che non seguiranno la moda della spumantizzazione: « Milano mi ha insegnato il detto
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