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FOCUS
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el nostro / mio settore – quello dell’ alta ristorazione, dei laboratori di
N ricerca e sviluppo e della produzione alimentare d’ eccellenza – la parola“ standard” è un ossimoro. Ogni grande chef ha una firma, ogni laboratorio d’ avanguardia o di tradizione protegge un savoirfaire unico, ogni ristorante di successo poggia su un concept irripetibile. Eppure, paradossalmente, la figura del consulente gastronomico rischia spesso di cadere nella trappola opposta: l’ anonimato. Chi è il“ consulente anonimo”? È il professionista armato di checklist universali, il tecnico che applica formule prestampate, che confonde l’ ottimizzazione con l’ omologazione. È colui che entra in una cucina tre stelle Michelin o in un laboratorio artigianale con lo stesso manuale HACCP o lo stesso foglio di calcolo per il food cost che userebbe per una catena di fast-food. Il risultato? Un intervento corretto in superficie, ma sterile nell’ anima. Un ristorante che“ funziona” ma non emoziona. Un laboratorio efficiente, ma che ha smarrito la sua scintilla innovativa. Il consulente anonimo risolve problemi tecnici, ma ignora( o peggio, danneggia) l’ asset più prezioso del cliente: la sua identità. Come si evita, dunque, di diventare una |
figura intercambiabile in un mercato che vive di differenziazione?
1. Dall’ applicazione all’ interpretazione:
il consulente come sarto Il consulente d’ eccellenza non vende soluzioni; costruisce percorsi. L’ errore più comune dell’ anonimato è credere che la propria competenza tecnica( indispensabile, sia chiaro) sia sufficiente. Non lo è. Nell’ alta ristorazione, la tecnica è al servizio della visione. Un consulente non anonimo agisce come un sarto. Non arriva con un abito già pronto, ma prende le misure. Ascolta. Studia la“ postura” del brand, la filosofia dello chef, il posizionamento sul mercato, la storia del produttore. Solo dopo questa fase di“ ascolto profondo” del DNA del cliente, il consulente inizia a“ cucire” la soluzione: un nuovo menu che rispetti la mano dello chef ma ottimizzi i processi; un piano di controllo qualità per un laboratorio che non“ ingessi” l’ artigianalità; una strategia di gestione della sala che amplifichi l’ esperienza voluta dal ristoratore, non quella letta su un manuale.
2. L’ identità del consulente non è uno
stile, è un metodo Sviluppare la propria identità di consulente
non significa imporre il proprio“ stile” o le proprie ricette al cliente. Questo è un altro
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fraintendimento comune, un egocentrismo che porta al rigetto. L’ identità del consulente risiede nel suo metodo di indagine e nella sua specializzazione. Sei il consulente che eccelle nel tradurre la creatività pura in un sistema sostenibile? Sei lo specialista nell’ ottimizzazione dei laboratori preservando la qualità assoluta della materia prima? Sei l’ esperto che sa costruire una guest experience memorabile armonizzando cucina, sala e cantina? La tua identità è la domanda che poni, non solo la risposta che dai. Il consulente anonimo chiede:“ Qual è il problema?”. Il consulente identitario chie- |