GRANDE CUCINA 03-2026 | Page 67

Dante Bonacina Giuseppe Lo Iacono Grégoire Desforges

DANTE BONACINA

Io credo che il vino abbia soprattutto bisogno di autenticità. Le persone cercano emozioni vere, non slogan.
il ritmo della vite cambia completamente. Anche la storia contribuisce a definire il carattere di questo luogo. La comunità arbëreshë, insediatasi qui nel Quattrocento dopo la fuga dall’ Albania, ha conservato nei secoli lingua, tradizioni e rito bizantino. Una memoria ancora viva che Baglio di Pianetto considera parte integrante della propria identità. Non è un caso che uno dei vini simbolo del nuovo corso si chiami Shùmè, parola arbëreshë che significa“ molto”, ma richiama anche, con un gioco fonetico, la schiuma delle bollicine e un’ idea di convivialità immediata. Una bottiglia pensata per parlare un linguaggio contemporaneo senza dimenticare le proprie radici. Ed è proprio osservando la mappa dei vigneti che Dante Bonacina racconta di aver avuto una sorta di illuminazione: « A un certo punto mi sono trovato davanti un Nero d’ A- vola a settecento metri, un Syrah quasi sul livello del mare, un Moscato a mille metri. E lì ho pensato: forse dobbiamo ricominciare da capo. Non partire dal vitigno, ma dal luogo. Il territorio parla nel bicchiere ». Quella frase diventa il filo conduttore del lavoro in vigna e in cantina. Perché se è il territorio a guidare il vino, allora ogni scelta successiva deve limitarsi ad accompagnarlo.
67 bili piuttosto che essere ovunque ». Il nuovo logo, ispirato alla torre storica del baglio, segue la stessa filosofia. Non vuole cancellare il passato, ma renderlo più leggibile. È il simbolo di un progetto che nasce dalla volontà di mettere finalmente a fuoco ciò che Baglio di Pianetto è sempre stato. Per capirlo bisogna lasciare Palermo e risalire verso Santa Cristina Gela, nel cuore del territorio arbëreshë. Qui i vigneti si arrampicano tra i 650 e gli 850 metri di quota. Il vento attraversa i boschi che circondano il lago di Piana degli Albanesi, porta con sé il profumo del timo, del finocchietto selvatico e della macchia mediterranea. Di notte la temperatura scende rapidamente, rallentando la maturazione delle uve e preservandone l’ acidità. È una Sicilia che sorprende anche chi la conosce bene: meno assolata di quanto si immagini, quasi montana, dove la luce resta mediterranea ma
Intervenire solo quando serve
A tradurre questa filosofia nel bicchiere è l’ e- nologa Graziana Grassini, figura di spicco dell’ enologia italiana, salita a bordo nel 2024, che lavora con un principio semplice: intervenire solo quando serve. Le fermentazioni, gli affinamenti, l’ uso del legno e perfino la scelta dei contenitori vengono calibrati per permettere a ogni vigneto di esprimere il proprio carattere. È un approccio che richiede meno protagonismo e più ascolto, quasi che il lavoro dell’ enologo consista soprattutto nel togliere ciò che potrebbe coprire la voce del territorio. Questa filosofia trova la sua dimostrazione più evidente nei vini. Non sono pensati per costruire uno stile riconoscibile a tutti i costi, ma per raccontare le diverse anime della tenuta. L’ altitudine, più del vitigno, diventa il vero elemento distintivo. L’ Insolia, ad esempio, cambia completamente volto. Dimentica le interpretazioni più ricche e solari che hanno contribuito alla fama del vitigno e sceglie un registro giocato sulla precisione: fiori bianchi, zagara, agrumi, una nota di mandorla fresca e una lunga scia sapida che accompagna il sorso.