Giornale dell'Installatore Elettrico Aprile 2026 | Seite 25

DATA CENTER E FILIERA ELETTRICA 25
Il ruolo attivo dei professionisti
Detto tutto questo, c’ è un rovescio della medaglia— e non è affatto trascurabile. L’ espansione dei data center in Italia apre uno spazio di mercato significativo per chi lavora nella filiera elettrica, a patto di essere attrezzati per giocarci. Il punto di ingresso è la competenza. La progettazione di un data center hyperscale non è lavoro per generalisti: richiede padronanza delle protezioni elettriche, della selettività, del coordinamento tra UPS e gruppi di continuità, dei sistemi di misura ad alta precisione, delle interfacce con la RTN e dell’ ottimizzazione energetica. Le imprese che sapranno costruire queste competenze— anche attraverso partnership con operatori internazionali e fornitori di tecnologie— si troveranno a operare su un mercato in forte crescita con poca concorrenza qualificata. Sul fronte tecnologico, l’ obiettivo di mantenere il PUE sotto 1,5 impone soluzioni che vanno ben oltre l’ installazione tradizionale. Free-cooling diretto e indiretto, liquid cooling, immersion cooling per la gestione termica; busway ad alta efficienza, UPS modulari e trasformatori a basse perdite per la distribuzione elettrica; Digital Twin e ottimizzazione basata su AI per il monitoraggio. Chi saprà padroneggiare queste tecnologie si differenzierà in un mercato dove il
prezzo, da solo, non basta più. C’ è poi un’ opportunità ancora quasi inesplorata: i servizi ancillari. Terna ha già aperto i mercati— Fast Reserve, regolazione primaria e secondaria di frequenza, servizi di bilanciamento— agli impianti di accumulo. I data center, con centinaia di MW installati e requisiti stringenti di disponibilità e controllo, potrebbero diventare attori tutt’ altro che marginali in questi mercati. BESS e UPS, se opportunamente configurati, possono generare flussi di ricavo aggiuntivi per i gestori degli impianti e contribuire attivamente alla stabilità della rete: un doppio vantaggio che in Italia non è ancora stato sfruttato seriamente. In ultimo, il calore di scarto: i server producono enormi quantità di calore che in Italia vengono quasi sempre disperse. Altrove, invece, qualcuno ci ha già costruito sopra un business: a Stoccolma, Helsinki e Parigi esistono progetti operativi che dimostrano come sia possibile recuperare fino al 60 – 70 % del calore prodotto, dirottandolo verso reti di teleriscaldamento o utenze industriali, con benefici tangibili sia sui consumi primari sia sull’ integrazione territoriale degli impianti. Realizzare qualcosa di simile in Italia richiede una filiera più collaborativa— gestori di data center, utility del teleriscaldamento, amministrazioni locali, progettisti termotecnici ed elettrici— ma il potenziale è tutt’ altro che teorico.