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Fabio Ciriachi, Bretagna - Bruxelles vecchio annusò l’aria del sabato mattina: era passata da non molto la pioggia ma la schiarita color metallo ne minacciava ancora. Dagli alberi stillavano gocce sul selciato. Salutò il vicino dall’altra parte della strada, aggiunse un commento di cortesia analogo alla meticolosa sontuosità del quartiere, poi mosse a piedi verso la sua auto parcheggiata vicino all’incrocio. Di lì a poco, a bordo di un’Agila grigia e pulita si mosse piano fino al bivio per il pratino, che imboccò dopo aver esitato qualche se- condo. Fermò l’auto – attraverso il cristallo aperto si intravedevano i bianchi capelli del vecchio, il suo pullover blu elettrico – poi entrò a passo d’uomo nel garage fino a occuparlo tutto. Senza spegnere il motore, il vecchio uscì, manovrò a fatica sulla porta a bilanciere del garage e se la chiuse alle spalle. Silenzio, poi uno sportello sbattuto, il motore su di giri, a lungo, a lungo, a lungo, e poi di colpo al minimo: battiti lenti, regolari, quasi impercettibili, mentre lo scuro dell’aria accoglieva nuova pioggia e i rami si flettevano sferzati dalle gocce”. Frammento numero 9, casa di Valérie, 23 agosto, pomeriggio: “La mia vita inferma, inferna”. Frammento numero 10, casa di Héloïse e Alessandro, 24 agosto, mat- tina: “Ho retto, ho acuto, ho ottuso, senza un progetto, per puro fiuto, per volere d’uso”. Frammento numero 11, casa di Héloïse e Alessandro, 25 agosto, notte: “C’è una via di scampo, non mentale o verbale, non saggezza né filoso- fia, ma così, ecco, così, con gli occhi a indicare l’indicibile, in effetti sì, così, uno scandalo di sorpresa, una discesa dove tocca faticare più che in salita, un effetto del vedere con un occhio solo, non il Ciclope, ma l’esperimento visivo di oggi al Museo di Scienze Naturali, esposizione su “Il cervello”, assenza di profondità nella visione monoculare, con Ales- sandro che si sorprendeva degli effetti ottici, però non c’entra, ora, non c’entra, accade altro in questa concomitanza di luce forte, buio, musica in cuffia, il tempo che stringe per la levata precoce di domattina, ma quando mai è stato un problema, sarà che ora a settant’anni comincio a fare il piagnisteo della stanchezza, del vado a dormire perché domattina mi devo alzare presto, mi alzo sempre presto, anche quando l’orologio segna le dieci, io anche lì, senza che nessuno se ne possa accorgere, mi alzo co- munque presto, sempre in un’alba, in un luogo di inizi, il primo e unico della fila, ad aspettare dove nessuno aspetta, è questo presto che mi sta addosso da quando portavo i calzoni corti, questo patetico tentativo di fare fronte a un tardi che c’è stato, altro che se c’è stato, un tardi così tardi