(di) (di) vol. 3 | Page 61

Fabio Ciriachi, Bretagna - Bruxelles da potersi chiamare troppo tardi, questo troppo tardi che rincorro per- ché ogni volta sembra irrecuperabile e ogni volta, dopo, molto dopo, ca- pisco che invece avrei fatto in tempo, sì, in tempo, se solo avessi interrotto la corsa dietro a me che m’inseguo come un gatto la sua coda, ma non è neanche questo, ormai, le cose intorno a una simile idea hanno sedi- mentato sconcerto, incredulità, non reggono più, no, infatti non è nean- che questo, non sono neanche le cose sedimentate, ammesso che poi lo siano sul serio, né le cose dove filtra abbandono, ferme lì, con la traccia dell’ultimo gesto che le ha traghettate proprio dove ora sono, è forse, in- vece, solo il riposo che mi ha abbandonato davvero, lui solitario che non serve a nessuno, con le spalle strette dalla contrizione, io che senza di lui tiro la corda perché fermo non ci so stare, e lascio la parola agli altri, e la- scio agli altri anche di tacere, di fare il conto scarno delle ore, pago o ri- scuoto, conta poco, tanto si muore in debito, sempre, sì, conta poco, se non trovo il coraggio di sentirmi dire: “adesso basta, per vegliare bisogna dormire”.