Francesca Mazzucato, La seduzione disperata e la Rote Fabrik. Una mappa.
- Devo vedere Zurich West. Me ne hanno parlato tanto. Ti avevo chie-
sto.
- Ma certo.
- E la Rote Fabrik.
- Sì, cara la mia scrittrice comunista. Avevi aggiunto.
Non avevamo passato, non avevamo futuri in cui proiettarci, c’era la
luna riflessa sul lago, quasi uno stereotipo e tante cose da dire su quella
parte di città e io che guardavo le tue mani mentre descrivevi, e imma-
ginavo di toccare le tue labbra, sugli angoli. C’erano tante parole leggere
e il tuo sorriso, un’epifania di bellezza unica, un sorriso di felicità senza
condizioni, felicità arresa. Il sorriso di Zurich West, l’ho chiamato. Ri-
cordo bene. Le mani, appunto. Il mio batticuore senza ritegno. E altro.
Avevi una giacca di pelle, mangiavi di gusto ma erano gli occhi che ri-
devano con la bocca ed era tutto così autentico, così carico di promesse,
così stellato. Non ho dimenticato. Non dimenticherò. Ne ho scritto e ri-
scritto e riscritto ancora. Ti ho scritto, abbiamo inseguito le nostre fini
provvisorie, i nostri ritorni, i burroni sui quali abbiamo camminato in bi-
lico, ho scritto i treni, le fughe, le reclusioni, le distruzioni delle tracce, le
nostalgie laceranti, le smanie. In fondo scrivo di questo, ancora adesso.
Solo di questo. Sul computer, negli appunti, accarezzando il mio corpo.
Scrivo di quel sorriso. Scrivo di pelle e memoria, scrivo di futuri negati,
di innocenza perduta.
Quali appunti presenti e passati possono dare forma – se esiste una
forma – a un sorriso in cui sono annegata una sera che è diventata notte
e poi l’indomani. Prima di andarci, mi spiegasti ogni cosa. Sei sempre
stato precisissimo e meticoloso. Mi descrivesti la storia di Zurich West e
disegnasti la strada che portava dal mio albergo alla ROTE FABRIK che
si trovava in quella zona e di cui avevo sentito parlare a lungo. Una vera
piantina (un giorno, mesi dopo mi avresti disegnato un ponte di Cala-
trava, ma non potevo saperlo): Rote Fabrik. Famosa. Dovevo scriverne
per un magazine online. Non ricordo quale. O forse avevo inventato
quell’incarico per chiedere i soldi alla banca, un prestito avventuroso e
folle, e tornare (già allora era carissima Zurigo).
Adesso il tempo è passato. Passato, davvero? O sono io che immagino
tutto, che raccolgo ricordi e li assemblo a piacere, affezionata a stereotipi
che mi definiscono? Il mio corpo sa. Il corpo mi ha frenato con violenza
ad un certo punto, basta. Non puoi, stai rischiando (emicranie, paura,
sinusite, sfoghi sulla pelle, insonnia).
Frena, lascia. Ho lasciato una parte. Non basta.
Ho lasciato ancora. C’era così tanto. Ormai sto dimenticando la tua fi-
sionomia. Sono restata a lungo inerte, dopo. Un niente. Immobilità for-