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Francesca Mazzucato, La seduzione disperata e la Rote Fabrik. Una mappa. altri amanti. Il pittore è stato il primo. Coca cola, uno sguardo ai quadri nuovi. Una carezza, un libro illustrato da sfogliare, una bottiglia di rosso da aprire. Un pompino, le luci tenui sulla moquette, una breve conver- sazione su Satie, sullo stato di Israele, qualche bacio, lui che fuma la pipa, vuoi che ti scopi? Sì. (doveva accadere qualcosa di carnale per cominciare a cancellarti, a to- gliere spazio a tutto lo spazio che avevi afferrato dentro di me, che avevi marchiato, inciso, lo sai che dovevo e l’ho fatto. Con rabbia e necessità ti ho pensato, durante, era per ferirmi e ferirti, fra i quadri, in quel mo- mento ugualmente drammatico, certamente bello) Avevamo tutta la notte, in quella Zurigo onirica, ribaltata, diversa da ogni visione della città elvetica che chiunque vi potrà mai dare, nello stu- dio accogliente fra visi di donne vecchissime e rovinate, una piscina vuota, corpi di vecchi, tutti rassegnati a una condizione mortale di con- danna e dramma. Il dramma dipinto con colori perfetti, quasi una messa in scena preraffaellita ma non leziosa. Lì, fra arte e musica rendevo la mia disperazione un elemento di seduzione a tutti i costi. La conside- ravo persino più nobile, quella nobiltà che la disperazione spesso tra- smette. Intollerabile e irresistibile. - Devo sbavarmi di nuovo il rossetto, dissi al pittore che stava finendo la bottiglia di rosso, e pensando se aprire il bianco che gli avevo portato io. - Ma certo, mi rispose ridendo. Rientrai alle 6 del mattino, qualche bar era ancora aperto o aveva ap- pena aperto, o stava per chiudere, o doveva chiudere per intervento della polizia, non sapevo. Stare col pittore doveva cancellare le tracce. Tu. Ac- caduto sul mio corpo, dentro di me, nel mio cuore, nelle dita, sui capez- zoli, sulle palpebre sulle cosce, sui piedi, sui palmi delle mani. Ho gettato tutto la mattina, accanto ai bidoni, come se volessi seminare una scia di pollicino di ciò che era stato. E anche fogli, diventati inutili. Non so se è roba destinata a qualcuno. Forse no. [REW] “Amavo molto una sonata per pianoforte di Debussy e continuavo ad ascoltare Bach nei pomeriggi troppo lunghi e assolati”, ho appuntato que- ste parole nel taccuino che mi è già caduto due volte di mano per un’im- provvisa sonnolenza dovuta alla pressione rasoterra sul treno per Zurigo mentre le signore ticinesi parlano di asma, figli all’estero, cliniche e assi- curazioni; il quaderno che ho con me è lo stesso di quella sera, la seconda insieme quando mi portasti in quella parte della città che non conoscevo, Zurich West.