Francesca Mazzucato, La seduzione disperata e la Rote Fabrik. Una mappa.
sità), sono i frattempi spezzati inseguiti con le ferite ai piedi, i pensieri im-
propri, deglutiti in fretta, ricacciati nel nascondiglio oscuro. C’è di tutto,
nei bidoni, negli angoli dei marciapiedi di tutte le città del mondo nell’ora
della quasi-alba. Ci si avvicina circospetti. Tutti buttiamo o cerchiamo
qualcosa buttato da altri che sia lì proprio per noi, ad attenderci e magari
ad avvolgerci nello stesso inganno come una tela di ragno.
Io ho gettato il sorriso di Zurich West, il tuo.
L’ho gettato anche se ci penso sempre, l’ho buttato lo giuro.
(gettare quindi, non serve se si ricorda sempre)
Uno dice bellezza e io penso al sorriso di Zurich West, uno dice una
parola con la zeta e io subito. Senza un momento di stacco (il tuo mera-
viglioso sorriso di Zurich West, il tuo sorriso, il sorriso di Zurich West
dove sono affondata senza emergere più, tu che sorridevi, lì, a Zurich
W.). Ci penso se ascolto Debussy, se leggo Ben Lerner, la Didion, Brod-
key, se qualcuno mi bacia, se sono all’aeroporto ad aspettare lui che sta a
Londra. Se un mio libro piace, e ne scrivono bene, se leggo qualcosa sul
Guardian, che mi interessa, se vado dal mio counselor per via Paolo Fab-
bri, se progetto viaggi all’est, se vedo mio fratello con pochi capelli grigi
che sorride, se accarezzo la gatta timida. Ci sei sempre, come un’interfe-
renza. Tu. Tu e quel momento a Zurich West, dove non posso ritornare.
(al sorriso, sì, mai in quella parte di città, non riesco. mi distruggerebbe)
Tu, mi portasti proprio lì, nonostante avessi immaginato di scoprirla da
sola, chissà perché.
Quel sorriso, quel credermi e crederci immortali e rinati, tutto il de-
siderio integro, ancora puro, quel raccontarci la nostra vita in piccoli
aneddoti, quell’Italia già strabica, quell’Europa del dramma, gli amori
passati, le carriere, le famiglie, le voglie, le mancanze, il tuo sguardo che
mi accoglieva intera, io che mi toccavo una ciocca di capelli, tanta gente
attorno, tutti comparse. Dovevo buttarlo quel sorriso. Lo capisci, vero?
Quel sorriso che sbavava voglie e ancora non potevamo dirle tutte, oc-
correva aspettare, quel sorriso di due ragazzi già vecchi, di due ex bam-
bini che giocano nello stesso cortile, un due tre stella e poi dammi la
mano, vieni con me, usciamo dal cancello. Un sorriso così, il tuo.
Zurigo, quasi mattina, ho fatto la notte col pittore, nel Kreis 4, lui, not-
turno come me è perfetto per far svanire il sonno e confondere con pa-
role e gesti tutto ciò che andava gettato prima ma che si è graffiato e
trattenuto.
Col pittore in altra zona, altro luogo, altro orario sono andata appo-
sta. Sapevo. L’ho conosciuto dopo, nell’anno di purgatorio. Noi non ci
vedevamo, Andrea. Venivo lo stesso. Cercavo altre ragioni, altri motivi,