Francesca Mazzucato, La seduzione disperata e la Rote Fabrik. Una mappa.
2011); Nuove con-
fessioni di una
coppia scambista
(Giraldi, 2012); il
dittico Piccole va-
rianti sulla fine di
un amore e Parti-
tura (Giraldi, 2013);
Santiago Calatrava,
l’architettura sin-
tesi di tutte le arti
(Historica, 2015) e
L’amore cattivo
(Giraldi, 2015).
Cura un blog let-
terario su D di
“Repubblica” e su
Cultora.it. È tra-
dotta in Francia,
Germania, Grecia,
Spagna e USA.
Collabora a maga-
zine, siti internet
e riviste letterarie
italiane e stra-
niere.
Nel 2012 esce a
NY il racconto So-
rellina, contenuto
in Venice Noir in-
sieme a Isabella
Santacroce, Mike
Hodges e altri.
Nel 2013 due suoi
racconti escono
negli USA e UK
nell’antologia La
dolce vita curata
da Maxim Jaku-
bowski.
svizzero. O un piccolo hotel francese di Belleville, una volta anche a Bel-
grado. Ma parto dall’inizio. Se c’è un inizio.
Luglio. Leggo per caso una frase di Jan Skácel abbastanza retorica ma
con un fondo di verità “Verso mattina i bidoni son pieni di sogni inter-
rotti”. Agisce su di me come agiscono gli odori o certi impercettibili con-
tatti di pelle. Attivatori di memoria, di paura e di quello straziante senso
di carenza di cui si diceva. Lo so come sono i bidoni dopo la notte, dopo
che sono accadute le cose che non si possono evitare, promettere o can-
cellare. Li ho visti.
Bidoni, sacchi neri, montagne di residui. Sono pieni di resti di ogni
tipo che si accumulano in quelle ore indefinibili, quelle ore blu quando
si interrompe, si sospende, si completa e si rimpiange e tu sei lì ancora
immerso nella cosa che hai sospeso e che volevi eterna (quella simbiosi,
quel ritornare a nuotare nell’acquario di liquido amniotico e inconsape-
volezza, fra le tue braccia, con le tue mani a bloccare le mie), e tu sei lì,
strozzato dal rimpianto di quella occasione mancata e la stai già gettando,
poco prima la vivevi ed era già finita mentre la vivevi (si vive anche un’as-
senza, forse di più). Adesso hai la mente aggrappata ai brandelli che an-
cora ti fanno stridere la pelle e le vene come se frenassero in autostrada,
ora sei in quell’angolo di spazio urbano e la getti via quella cosa che hai
vissuto, perché è questo il destino di tutto e comunque il tuo bisogno di
sopravvivere all’accaduto predomina. E getti. Condividi il destino del
resto. Di tutto quello che è soggetto al tempo. All’usura. Al conto alla ro-
vescia. Quello che con ansia strappiamo illudendoci, avvolti in una ma-
ledetta idea di onnipotenza come in un mantello. La frase retorica ha,
quindi, un senso.
I bidoni, gli angoli delle strade, un rigurgito di vita e scarti, di sacchi
di mobili rotti, di vetri, bottiglie, medicinali scaduti, oggetti e frantumi,
blister di psicofarmaci vuoti, ci sono residui sporchi e altri pulitissimi,
grumi avvizziti, biglietti del tram mai usati, telegrammi mai inviati, car-
toline con donne seminude, messaggi su carta trasparente accartocciati
come se contenessero pollo arrosto e poi gettati via per non ungersi le
dita dopo aver spolpato l’ultimo osso, ci sono specchi liberty scheggiati
dove vedi tre immagini di te tutte diverse, indumenti stretti che puzzano
di intensità furtive, c’è sangue e vita e c’è il magico degli inizi e il sudore
dei letti. Sono tracce che andrebbero raccolte e catalogate (di solito è
compito di scrittori e anatomopatologi), sono preziosi reperti per quando
si scoprirà il dodicesimo pianeta simile alla terra o quasi uguale. Sono i
sospiri che dimentichiamo, i momenti brevissimi e intimi scambiati in
una metropolitana (sguardi, sorrisi, disprezzo appena accennato, curio-