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Mi colpisce che l’ America sappia ricordare i propri eventi storici, a prescindere dal giudizio che uno ne può avere, perché quel momento fa parte della sua storia. Vorrei che avvenisse anche questo in Italia, a nessuno viene in mente di scrivere sui gradini della Cattolica,“ qui Mario Capanna il 17 novembre 1967 diede inizio all’ occupazione dell’ Università …”.
D. Quindi ancora oggi il‘ 68, se raccontato ai nostri ragazzi, anche dopo cinquant’ anni, può suscitare fascino e interesse …
R. Quella stagione è stata incredibilmente attrattiva. Io ricordo anche la grande inquietudine del 68, e l’ idea di cambiare la propria vita. Ne ho discusso tante volte con il mio amico Giorgio Gaber, cantante di successo che andava a Sanremo, che si era comprato la Maserati, che va – me lo ricordava sempre-, a prendere Ombretta Colli che studiava alla Statale, posteggia il suo macchinone davanti all’ Università, e si rende conto che gli studenti disprezzano quella roba, e lui si interroga, ma perché, per me è un punto di arrivo, sono famoso, sono popolare …. Ecco lì Gaber capisce il fascino dell’ idea di cambiare.
Vogliamo cambiare, vogliamo un mondo nuovo, vogliamo cambiare i rapporti, cambiare la vita, cambiare le ingiustizie della società, idee ingenue finché vuoi, velleitarie finché vuoi, aperte anche a storture ideologiche che verranno subito dopo, e Gaber stesso ne è stato il più grande lettore. Se vai a rivedere gli spettacoli di Gaber dal“ Signor G” a“ Polli di Allevamento”, scopri il tragitto dalla luce alla notte della generazione del‘ 68, trovi tutto inquegli spettacoli, vita personale, ideologia, mercato, uomo-donna, c’ è tutto in quei dieci anni di spettacoli.
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D. Colpisce, nel messaggio del Papa al Meeting, il passaggio sul tema del’ 68:“ Cosa ci è rimasto di quel desiderio di cambiare tutto, … oggi in realtà al posto dei ponti costruiamo muri”. E si chiedeva, lasciando aperta la domanda,“ Noi cristiani cosa abbiamo imparato, di che cosa possiamo fare tesoro?”
R. Io credo che il fascino di quegli anni lì stia nella radicalità. A me fa venire in mente San Francesco. Cioè la rinuncia a tutto. I ragazzi del‘ 68 dicevano, vogliamo rinunciare al potere, alla carriera, al modo borghese di vivere. In fondo noi cristiani abbiamo Francesco: la prima“ rivolta antiborghese” la vediamo negli affreschi di Giotto, dove c’ è il racconto di Francesco che si denuda davanti al padre, appunto al padre borghese, ricco mercante, rinuncia a tutto, e viene accolto dal Vescovo. E noi vediamo questa scena in tanti affreschi duecenteschi e trecenteschi.
Mica tutti sono diventati francescani in quell’ Italia del‘ 200 e del‘ 300, mica tutti hanno rinunciato e si sono denudati per darsi alla povertà, però tutti vivevano l’ attrattiva della radicalità. C’ è una parentela profonda con quel desiderio di cambiare tutto del‘ 68, di rinunciare alla condizione agiata in cui i padri ti hanno messo, per una vita povera, ma piena di significato. Ecco secondo me per noi cristiani questo è il punto da trattenere da quegli anni.
Solo che c’ è un passaggio in più da fare, perché Francesco dice: io rinuncio a tutto per Cristo, perché ho davanti il Cristo povero, il Cristo in croce. Io sento l’ attrattiva di un gesto radicale, di una