’ ultima parola di Davide Davò
Da nativi a competenti digitali
LE AZIENDE HANNO IL COMPITO DI INVESTIRE IN FORMAZIONE STRUTTURATA, INTRODUCENDO NUOVI STRUMENTI E ACCOMPAGNANDO IL PERSONALE NELLA COMPRENSIONE DEI PROCESSI CHE LI GOVERNANO
Le tecnologie digitali hanno cambiato il nostro modo di vivere prima ancora che quello di lavorare. Dallo smartphone ai servizi in cloud che permettono di controllare tutto in qualunque momento, gli strumenti digitali sono diventati parte integrante della nostra quotidianità. Ma è nell’ industria manifatturiera che questa trasformazione ha assunto un valore strategico. L’ introduzione di sistemi di simulazione avanzata o di manutenzione predittiva, uniti alla totale interconnessione tra macchine e sistemi gestionali hanno ridefinito processi e modelli organizzativi. Uno scenario che riguarda non solo le grandi aziende, ma che coinvolge anche le PMI. Il digitale non è più un’ opzione: è infrastruttura produttiva. In questo scenario, si è affermata con forza la figura dei cosiddetti“ nativi digitali”. Giovani cresciuti in un contesto tecnologico, abituati a interfacce intuitive e a una relazione costante con dispositivi e applicazioni. A questo punto però deve nascere una domanda: è sufficiente destreggiarsi in modo intuitivo e naturale con gli strumenti digitali per poter garantire un valore aggiunto in un processo produttivo? Dobbiamo infatti distinguere tra il saper usare uno strumento digitale e l’ averne padronanza. Inserire dati in un gestionale o estrarre un report non significa comprendere la logica sottostante, i flussi informativi, le implicazioni operative. La vera competenza digitale si manifesta quando si ha coscienza di come funziona un sistema, di quali dati elabora, di quali decisioni abilita e del perché vada utilizzato in un determinato modo. Un operatore che comprende il significato dei KPI di produzione può fornire utili suggerimenti conoscendo le macchine, mentre un responsabile di reparto che conosce le logiche di integrazione tra macchine e software può prevenire inefficienze. Per questo è necessario un cambio di mentalità, trasformando figure native digitali in figure competenti digitali. Le aziende hanno il compito di investire in formazione strutturata, introducendo nuovi strumenti e accompagnando il personale nella comprensione dei processi che li governano. La formazione professionale deve essere considerata parte integrante della strategia industriale e non un costo accessorio. Perché questo cambiamento diventi strutturale, i giovani devono affrontare la sfida di andare oltre l’ utilizzo“ all’ istinto” delle tecnologie e cercare di comprenderne l’ effetto nella produzione reale. Dall’ altro lato, per trasmettere alle nuove figure le competenze di processo, il personale tradizionalmente meno incline al cambiamento è chiamato a rimettersi in gioco. Solo integrando competenze tradizionali e digitali si può costruire un modello industriale realmente competitivo. Amalgamare una formazione aziendale strutturata, una maggiore responsabilità dei giovani nell’ acquisire competenze solide e la disponibilità dei lavoratori esperti ad aprirsi al cambiamento può rappresentare la chiave per il mantenimento della competitività delle nostre imprese. La sfida non è tecnologica, ma culturale. E la manifattura italiana ha tutte le carte in regola per vincerla.
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