lavorazione valsesiana, ancor facilmente reperibile in zona presso qualche antica
famiglia, o sul mercato antiquario locale.
Gli affreschi: Procaccini, Moncalvo, Tanzio
La cappella di Pilato che si lava le mani è una delle tre ideate e realizzate totalmente dai d’Enrico: Giovanni per l’architettura e la scultura; Antonio, il
Tanzio da Varallo per gli affreschi; Melchiorre per la collaborazione prestata ad
entrambi i fratelli. Le altre due cappelle, già precedentemente incontrate, sono:
quella della Prima presentazione a Pilato, al piano terreno dello stesso Palazzo,
ma rivolta verso l’attuale Piazza dei Tribunali, cronologicamente anteriore alla
Lavazione delle mani, e quello di Gesù condotto davanti ad Erode, di vari anni
più tarda.
In queste l’accordo, la rispondenza fra i vari aspetti, tra i vari elementi è più
serrata, più piena, più completa, più felice che nella maggior parte delle altre
cappelle del Sacro Monte. Solo nei misteri realizzati da Gaudenzio (quelli di
Betlemme e la Crocifissione si era raggiunto un risultato altrettanto unitario di
totale, perfetta armonia.
Ma prima di giungere a questo esito così valido, si erano dovute superare varie
difficoltà.
Si è accennato in precedenza, per spiegare il lungo lasso di tempo intercorso
tra l’erezione della parte muraria e l’esecuzione di quella figurativa, quale era
stata la non facile scelta del pittore.
Escluso il Morazzone, impegnato per la Condanna (1611-14), ma sempre in
ritardo per condurre a compimento la sua opera secondo i termini stabiliti dal
contratto, e già richiesto ed impegnato per altri importanti lavori lontano da
Varallo, bisognava pensare ad altri. Melchiorre d’Enrico prestava il suo aiuto al
fratello statuario; aveva, è vero, dipinto due cappelle, ma di modeste dimensioni
(Gesù nell’orto ed i Discepoli dormienti”); era un’impresa troppo impari per lui
affrescare il mistero di Pilato che si lava le mani, confrontandosi di conseguenza con i due vicini capolavori morazzoniani dell’Ecce Homo e della Condanna.
Così pure il Rocca tra il 1610 ed il 15 era ancora alle prime armi.
Così lo zelante fabbricere del Sacro Monte, Gerolamo d’Adda, già fin dal
1613 si era dato da fare nell’ambiente milanese per trovare un pittore di fama
per l’impresa tanto impegnativa, come riferisce nella sua particolareggiata relazione a monsignor Bascapè del 23 dicembre 1613 con le seguenti parole: “Starò
anco aspettando il decreto di V.R.ma per la capella della lavatione de mani di
Pilato per la quale e per quella della sententia ho apostato il s.r Camillo pro413