maggior effetto.
Così il Butler alla fine dell’Ottocento scriveva: ‘’Una o due figure, specialmente quella che tiene un dito alla bocca in modo sarcastico, sono ottime”. Ed
è un gran complimento per uno studioso infatuato del Tabacchetti, come era
il Butler, a scapito del d’Enrico. La stessa osservazione riprende poi il Ravelli,
mentre il Romerio (1912), si sofferma ad ammirare l’ansietà e l’incertezza “sul
volto di Pilato, la ferocia dei Giudei, il tratto umile e paziente di Gesù”. Ma non
è da dimenticare soprattutto sulla destra, il piede della figura dipinta che esce dal
muro per diventare scultura vera sul pavimento: uno degli esempi più significativi ed arditi della perfetta fusione e continuità tra pittura e plastica, tra l’opera
dello statuario e quella del fratello pittore.
La figura che però s’impone subito sul riguardante è quella posta al centro,
in primo piano, colta arditamente, quasi sfacciatamente di schiena, avvolta da
ridondanti, ammatassati panneggi, mentre sale lo scalino: una delle figure plasticamente più intense, una delle più emblematiche di tutta la produzione del
d’Enrico. Ebbene, il maestro ne dovette essere pienamente consapevole, ne dovette provare un’intima soddisfazione se, come ho avuto la fortuna di scoprire
due anni or sono, sulla parte posteriore rispetto ai riguardanti, su quella cioè
rivolta verso Pilato, incise nella terracotta ancor fresca una sigla, tipica di quelle
usuali presso la popolazione alagnese, ma diversa da tutte le altre finora conosciute e catalogate, un monogramma che deve senza dubbio esser quello personale del grande statuario: praticamente la sua firma.. E c’è veramente da sperare
che in una futura, attenta ricognizione di tutti i lavori del d’Enrico sul Monte
di Varallo e negli altri luoghi in cui ha operato, possa avere la fortuna di scoprire
qualche altro esemplare della stessa sigla.
Unico elemento discordante in tanta felice realizzazione della parte plastica
della cappella, il misero, squallido tavolino al centro, ai piedi del trono, che veramente stona con tutto il contesto: un arredo d’infima qualità, che fin da bambino mi stupiva e mi risultava fuori luogo, inammissibile per una scena tanto
grandiosa, in un’aula così solenne. Che un tavolo di ridotte dimensioni dovesse
esistere fin dall’inizio nella cappella sembra quasi certo. Nella sua illustrazione,
pubblicata nella guida del 1765 e riutilizzata in altre guide posteriori dei primi due decenni dell’Ottocento, lo si vede molto chiaramente, quasi in primo
piano, ricoperto per intero da un ampio tappeto che scende fino a terra. E così,
con identiche caratteristiche ricompaiono le altre due xilografie, ripetutamente
usate nella maggior parte delle guide per molti decenni.
È invece con la pubblicazione dell’opera del Cusa (1857-1863), che la cap411