Storia del Sacro Monte di Varallo | Page 409

condo un’efficacissima regia. Qui, nell’aula centrale, al primo piano del Palazzo di Pilato, il d’Enrico, architetto scultore e scenografo, sfrutta ed anima lo spazio anonimo di un vasto ambiente rettangolare con accortezza e genialità. Come già aveva fatto nell’Ecce Homo, sebbene in modo meno evidenziato (là l’animazione dello spazio era data essenzialmente dal clamoroso effetto scenografico del solenne fondale architettonico, movimentato da colonne, portale e balconata) sdoppia la superficie pavimentale su due livelli, in due zone, scandite da uno scalino che corre per tutta la larghezza: crea così due piani nettamente distinti: uno anteriore ed uno posteriore un po’ più elevato. È lo stesso espediente usato poco prima nella Condanna e ripreso in modo molto più ardito nel mistero della Prima presentazione di Gesù a Pilato, suddivisa questa volta, non più in larghezza, ma per lungo, in profondità, evidenziandola ancor più con la presenza della balaustra colta di profilo. In Pilato si lava le mani la mole poi di un trono di indicibile fastosità, barocco ed esotico ad un tempo, posto al centro, frontalmente, su vari scalini, costituisce l’elemento dominante, il vertice, il punto focale, il fulcro di tutta l’azione scenica. Il d’Enrico la imposta secondo la sua concezione più ovvia, consueta, spontanea, che è anche la più immediata e diretta, dispiegandola dinanzi ai riguardanti attoniti, ai pellegrini stupiti e commossi, distribuendo le sedici figure ad ampio semicerchio brulicante, animatissimo, carico di umane passioni, con il protagonista, Pilato, al centro, quasi tutt’uno col trono, ponendo però accortamente anche qualche personaggio in posizione più avanzata, in primo piano, per ravvivare ed occupare uno spazio che altrimenti risulterebbe troppo vuoto e ridurrebbe drasticamente l’effetto di una numerosa folla. Altro accorgimento molto valido è l’aver collocalo il seggio, non contro la parete di fondo, come aveva fatto nella vicina Condanna, appiattendo così l’effetto spaziale dell’aula ed allontanando e relegando troppo lontano dall’occhio dei riguardanti l’azione, cioè il gesto eloquente del pretore romano, a cui il mistero è dedicato, ma ottenendo il risultato di una maggior profondità dell’ambiente che si prolunga oltre il trono. E questa gran macchina del trono stesso, simbolo di potere, di forza e di prestigio, viene così a collocarsi al centro ideale dello spazio, imponendosi con tutto il suo fasto quasi provocatorio, e creando col suo ampio dossale come un diaframma ed una conseguente successione di piani in prospettiva, potenziata poi dall’architettura dipinta. Ma in realtà nell’aula due sono le presenze, le personalità che agiscono con-, temporaneamente e dalle quali tutti gli altri dipendono: l’una è quella di Pilato 409