il desiderio, ancor più che con l’occhio, grata e vetrata. Orbene, il pavimento
della cappella non è allo stesso livello del pianerottolo a cui giunge e s’arresta il
pellegrino, ma è più alto di vari decimetri ed è in lieve salita, proprio come in un
palcoscenico. Tutta l’azione viene dunque a dominare, ad imporsi sul riguardante, che ne rimane quasi oppresso, ed il suo sguardo, già proteso verso l’alto
lungo tutta la salita, continua a mantenersi proiettato in modo costante nella
stessa direzione, cioè sullo stesso asse verso l’interno dell’aula, ma in particolare
verso ciò che tutto domina dall’alto: la balconata e Gesù che viene mostrato al
popolo da Pilato.
Gesù è dunque il punto focale, il punto di fuga della prospettiva, il perno di
tutta l’azione, già fin dall’esterno della cappella, anzi, già fin dai primi gradini
della Scala del Pretorio. Tutto, dentro e fuori converge verso di Lui. Il resto è
coro possente, che completa, dilata ed espande l’azione drammatica.
Giovanni d’Enrico distribuisce i suoi personaggi, il suo popolo di statue,
ancor più che a ventaglio e ad ampio semicerchio, quasi a mò di conchiglia,
fino alla balconata. Un ampio vuoto nel bel mezzo della piazza o cortile del
Pretorio, crea un’imprevista dilatazione, un senso di respiro spaziale, un’illusione di vastità superiore a quella reale. E quasi un istintivo invito ai fedeli appena giunti, a penetrare in questa zona riservata, a farsi avanti, a prender posto
in prima fila in uno spazio privilegiato, subito prima che l’inviperita folla dei
giudei urlanti e tumultuanti, già in movimento dai punti più periferici e dai
dipinti parietali, spinta da un’unitaria forza centripeta convergente, lo venga
ad invadere.
Sono giovani e vecchi, soldati e membri del sinedrio, sani ed acciaccati, un
brandello di umanità dai costumi più vari e pittoreschi e fantasiosi, d’una creatività scenica senza pari; sono uomini con le braccia alzate, con gli occhi sgranati
e le bocche aperte, fino a coniarne i denti ed a scrutarne palato e lingua. Solo
qualcuno non si lascia trascinare dal turbine della comune follia ed osserva con
sguardo pensoso, o fa i suoi calcoli astuti, come il personaggio al centro dietro al
cane. Veramente Giovanni d’Enrico ci stupisce per la sua così acuta e penetrante introspezione psicologica.
Anche il cane guarda all’insù; fa parte della folla tra cui si è mescolato. È un
esemplare notevole di bracco, un genere di cani da caccia che si è iniziato a selezionare esattamente all’inizio del Seicento. E qui Giovanni d’Enrieo, aggiornatissimo anche in cinofilia ce lo presenta, lo introduce come una rarità, una
curiosità.
Non è però il primo cane che si incontri sul Sacro Monte nelle varie cappelle.
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Cappella - 33