Storia del Sacro Monte di Varallo | Seite 394

il desiderio, ancor più che con l’occhio, grata e vetrata. Orbene, il pavimento della cappella non è allo stesso livello del pianerottolo a cui giunge e s’arresta il pellegrino, ma è più alto di vari decimetri ed è in lieve salita, proprio come in un palcoscenico. Tutta l’azione viene dunque a dominare, ad imporsi sul riguardante, che ne rimane quasi oppresso, ed il suo sguardo, già proteso verso l’alto lungo tutta la salita, continua a mantenersi proiettato in modo costante nella stessa direzione, cioè sullo stesso asse verso l’interno dell’aula, ma in particolare verso ciò che tutto domina dall’alto: la balconata e Gesù che viene mostrato al popolo da Pilato. Gesù è dunque il punto focale, il punto di fuga della prospettiva, il perno di tutta l’azione, già fin dall’esterno della cappella, anzi, già fin dai primi gradini della Scala del Pretorio. Tutto, dentro e fuori converge verso di Lui. Il resto è coro possente, che completa, dilata ed espande l’azione drammatica. Giovanni d’Enrico distribuisce i suoi personaggi, il suo popolo di statue, ancor più che a ventaglio e ad ampio semicerchio, quasi a mò di conchiglia, fino alla balconata. Un ampio vuoto nel bel mezzo della piazza o cortile del Pretorio, crea un’imprevista dilatazione, un senso di respiro spaziale, un’illusione di vastità superiore a quella reale. E quasi un istintivo invito ai fedeli appena giunti, a penetrare in questa zona riservata, a farsi avanti, a prender posto in prima fila in uno spazio privilegiato, subito prima che l’inviperita folla dei giudei urlanti e tumultuanti, già in movimento dai punti più periferici e dai dipinti parietali, spinta da un’unitaria forza centripeta convergente, lo venga ad invadere. Sono giovani e vecchi, soldati e membri del sinedrio, sani ed acciaccati, un brandello di umanità dai costumi più vari e pittoreschi e fantasiosi, d’una creatività scenica senza pari; sono uomini con le braccia alzate, con gli occhi sgranati e le bocche aperte, fino a coniarne i denti ed a scrutarne palato e lingua. Solo qualcuno non si lascia trascinare dal turbine della comune follia ed osserva con sguardo pensoso, o fa i suoi calcoli astuti, come il personaggio al centro dietro al cane. Veramente Giovanni d’Enrico ci stupisce per la sua così acuta e penetrante introspezione psicologica. Anche il cane guarda all’insù; fa parte della folla tra cui si è mescolato. È un esemplare notevole di bracco, un genere di cani da caccia che si è iniziato a selezionare esattamente all’inizio del Seicento. E qui Giovanni d’Enrieo, aggiornatissimo anche in cinofilia ce lo presenta, lo introduce come una rarità, una curiosità. Non è però il primo cane che si incontri sul Sacro Monte nelle varie cappelle. 394 Cappella - 33