camate e trattenute in basso ai lati; la terza una persiana completamente distesa,
a dare l’idea di una casa viva ed abitata.
Compiuta dunque verso il 1618 la parte architettonica si trattava di passare
all’esecuzione della scena figurata, anch’essa opera, tra le più significative ed
impressionanti, di Giovanni d’Enrico.
Nella visita vescovile del 1628 vi si notò la buona disposizione delle statue
“ritte dispositae”. La loro datazione si deve dunque collocare -entro il decennio
1618-1628.
Ma poiché verso il 17 sono in esecuzione i gruppi scultorei della cappella di
‘Pilato che si lava le mani, ed è da pensare che il loro completamento sia avvenuto solo qualche anno dopo, e verso il 19-20 sono in fattura quelli della cappella
del Paralitico, e poiché tra il 21 ed il 25 con l’aiuto del fratello Melchiorre e
dell’allievo Giacomo Ferro, Giovanni d’Enrico lavora ad Oropa per quel Sacro
Monte eseguendo i gruppi statuari della Concezione Immacolata di Maria, del
Trasporto (1624-25) e della Maddalena (1625 circa), bisogna dedurre che quasi
certamente il grandioso complesso scultoreo della cappella di Gesù davanti a
Caifa deve esser stato realizzato subito dopo, cioè negli anni 1625-27.
Vent’anni dopo, il 5 luglio 1647 nel rendiconto finale dell’opera del d’Enrico al Sacro Monte, morto ormai da tre anni il maestro, si discute ancora tra il
suo collaboratore Giacomo Ferro ed i Fabbricieri per il pagamento delle sedie
dei Pontefici nella cappella di Caifa, valutate da una parte «a ragion di statue
4 per cadauna sedia» e solo 3 dalla parte opposta, come era «seguito con altri
statuari».
Giustamente il Vescovo nella sua visita del 1628 aveva ammirato la felice orchestrazione dei gruppi, ben trentadue figure. Come sempre Giovanni d’Enrico lega in unità corale tutta la scena secondo una regia a lui consueta, ma intensamente sentita, d’una grande suggestione morale e d’un’eccezionale forza
aggressiva nella sua impostazione frontale, immediata, come nel Paralitico, in
Gesù davanti ad Erode, nell’Ecce Homo ed ancora in Pilato si lava le mani, nella
Condanna ed al sacro Monte di Orta nella Conferma della regola.
Campeggiano al centro i protagonisti, fulcro di tutta l’azione, spesso evidenziati da un sontuosissimo trono sormontato da ampio baldacchino, mentre attorno fa ressa la folla, carica di chiassosa, irrefrenabile vitalità ed alcune figure
in primo piano, proprio dinnanzi ai visitatori, fanno da collegamento tra le due
schiere di destra e di sinistra, suggerendo anche l’impressione di avanguardia
della turba reale dei fedeli che si accalca ad osservare attraverso la grata.
Quasi ad infondere più intensa forza espressiva e più impressionante potenza
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