ta «Lazaro risuscitato», ma essa risulta già idealmente ristrutturata secondo il
pensiero dell’architetto, ossia priva del portico anteriore e con tre ampie aperture: una sulle pareti laterali ed una su quella rivolta a nord.
Verso il 1576-80 nella planimetria generale del Sacro Monte conservata all’Ambrosiana di Milano, forse dovuta all’architetto Martino Bassi, che prevedeva
una nuova pianificazione di tutta l’area centrale della Nuova Gerusalemme, il
tempietto della Cattura si intravvede nelle sue forme reali e complete con l’aula
rettangolare ed il portico antistante a sei arcate, nonostante gli sia sovrapposto
con linee assai più marcate il progetto di una piazzetta ottagonale e dell a cappella del Cenacolo che avrebbe dovuto prenderne il posto.
L’aspetto esterno dell’edificio è poi visibile con chiarezza nelle due xilografie
che illustrano le guide del 1566 e del 1589 e le loro successive riedizioni, al centro del Sacro Monte, dietro al Calvario e sotto all’attuale Monte Tabor. Esse
evidenziano le caratteristiche architettonico-strutturali della costruzione contraddistinta dal basso e lungo portico di facciata, dietro al quale emerge in posizione centrale il corpo più elevato del tempietto vero e proprio: un monumento
dunque piuttosto caratteristico e non privo di eleganza per l’arioso porticato di
pretto gusto rinascimentale.
Questo per quanto riguarda l’aspetto architettonico.
Per la parte scultorea, ossia per la raffigurazione concreta del mistero, abbiamo già dimostrato che la prima redazione della Cattura nella cappella ora della
Tentazione, doveva essere rimasta sempre priva di statue. Per cui appare evidente
che solo verso il 1540, o poco dopo, terminata o condotta a buon punto ormai
la parte architettonica, si dovette provvedere all’esecuzione delle dieci statuone
lignee tuttora superstiti, costituenti la scena sacra. Chi ne sia stato l’autore è per
il momento impossibile dirlo in mancanza di documenti. Si tratta di un artigiano della valle o di uno scultore proveniente da fuori, dall’area milanese? Non
si deve dimenticare che proprio in quel periodo Gaudenzio, affrescata ormai la
cupola di Saronno, veniva chiamato a collaudare le ventidue statue lignee che
maestro Giulio Ongoni da Varese eseguiva per le nicchie del tamburo sottostante la cupola stessa di quel santuario tra il 1539 ed il 42.
Le statuone varallesi, come già si è detto, sono di dimensioni un po’ maggiori
del naturale, di fattura piuttosto grossolana, di effetto appariscente ed esteriore, dai gesti carnati e teatrali. E proprio tutti questi elementi ben si potrebbero
collegare con un artigiano abituato ad eseguire statue di notevoli dimensioni da
vedersi a distanza come quelle poste sull’alto di una cupola. La posa delle gambe
accentuatamente divaricate di molti sgherri, oltre al gestire enfatico, pare poi
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