destra, originariamente non esistevano, né sono in stucco, né si possono assegnare a Giovanni D’Enrico per un’enfasi, un modellato, un ondeggiare baroccheggiante di panneggi tutto diverso, per cui mi pare che debbano essere tre le
statue aggiunte ex novo dall’Arrigoni. Mentre invece lo spostamento in primo
piano dell’asinello originariamente seminascosto dietro a quello cavalcato da
Gesù, per animare e popolare maggiormente la scena deve esser già stato attuato
dal D’Enrico, come sembrano farci capire alcune xilografie posteriori a quella
dei Coriolano, comparendo già l’asinello in primo piano, ma non ancora le statue dell’Arrigoni.
Riassumendo dunque per quanto riguarda la parte scultorea, ora complessivamente costituita da sedici statue, dobbiamo distinguere ben tre momenti: il
primo anteriore di qualche anno al 1583, col gruppo di una decina di statue in
stucco, forse del milanese Francesco Borella; il secondo costituito dalle poche
statue in terracotta di Giovanni D’Enrico, eseguite tra il 1610 ed il 26; il terzo
comprendente le tre figure in terracotta aggiunte dall’Arrigoni nel 1721-23.
Tanti interventi così scaglionati nel tempo devono aver alterato non poco
l’autenticità di numerose figure, rendendone più difficile la lettura stilistica originaria. Le condizioni precarie in cui erano giunte alla nostra epoca hanno consigliato un’opera di consolidamento da parte della Soprintendenza nel 1970,
che non ha portato però ad un restauro completo e definitivo, ma a varie libere
integrazioni, spesso prive dell’indispensabile completamento cromatico.
Vicende non meno complesse sono quelle riguardanti la decorazione pittorica.
È il buon Fassola che per primo (1671) fa il nome dei Fiamminghini scrivendo: «Le pitture date all’intorno dei muro di numerose teste, e turbe Popolari dal Fiamenghino». Tale affermazione, come di consueto, viene ripetuta
dal Torrotti (1686) e da tutti gli altri compilatori di guide del Settecento e del
primo Ottocento, che parlano di «pitture preziose del Fiamminghino». Invece
il Bordiga nel 1830, confondendo, come aveva già fatto, per gli affreschi delle
cappelle di Adamo ed Eva e della Strage degli innocenti, il Fiamminghino, ossia
Giovanni Battista della Rovere, con Giovanni Miei di Anversa, pittore attivo
alla corte di Torino in pieno Seicento, assegna a lui, che non era mai stato al Sacro Monte, questi affreschi. Il Bordiga però aggiunge per primo che «Essendosi
smarrite le pitture delle parti laterali, il Borsetti in quella a destra dipinse alcuni
Apostoli, e nell’altra dirimpetto Giovanni Avondo di Balmuccia fece varii spettatori». Ma riferisce anche per la prima volta che: «Da un istrumento rogato
dall’Albedini il 23 maggio 1590 risulta che il pittore Testa doveva dipingere la
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Cappella - 19